4 novembre '66, i ragazzi di Chiappella si trasformarono in 'angeli del fango'
04/11/2016, 07:45
di Marco Bernardini
L​e porte dell’Inferno si spalancarono davvero, quel giorno del 4 novembre di cinquant’anni fa, minacciando di inghiottire Firenze insieme con tutti i suoi inestimabili tesori. Non era la scena catastrofica di un film americano. Era l’Apocalisse biblica e reale con l’Arno, assassino inconsapevole, a suonare la tromba del giudizio. Ma non vi era proprio nulla di giusto e né di onesto in quelle pagine dolenti che la mano del destino stava scrivendo per le cronache di una Storia mai più cancellabile perché marcata a fuoco anche nella memoria del mondo intero. Infatti fu proprio l’umanità tutta, sparsa lungo ogni Continente, a urlare la propria rabbia e il proprio dolore nel vedere quale scempio la natura tentava di fare contro un patrimonio culturale assolutamente privo di paragoni. 
Non era “sorella acqua” quella del fiume che “era andato fori”. Era il demonio che s’era messo a pisciare sulle grandi bellezze create dall’uomo anche nel nome del suo Creatore. La porta del Battistero che, spinta dalla violenza del flusso ininterrotto, sbatteva contro il selciato sommerso era il simbolo della catastrofe in atto. Ma Firenze, la sua gente fiera e orgogliosa, non si limitava a piangere. Le maniche rimboccate e gli stivali di gomma fin sopra il ginocchio, ognuno sidichiarò abile e arruolato per la crociata di salvataggio senza distinzioni di sesso o di età. E ai fiorentini, nelle ore a venire, si aggiunsero anime indomite e coraggiose. Un esercito planetario che venne ribattezzato come quello degli Angeli del Fango. In mezzo a quell’umanità missionaria, confusi tra un anonimato per loro inusuale, anche alcuni dei ragazzi di Beppe Chiappella l’allenatore della Fiorentina. Il prezioso tesoro sportivo della città.

Negli archivi della Biblioteca Nazionale, anche lei allora stuprata dall’inondazione, esiste una fotografia simbolo che testimonia la partecipazione attiva dei giocatori viola all’opera di soccorso. L’immagine, rigorosamente in bianco e nero, mostra un giovane privo di sensi che viene sollevato e portato via a braccia da due coetanei. Uno di loro è Massimo Mannelli oggi docente universitario alla facoltà di Medicina e membro dell’Associazione Giglio Amico. Al tempo, diciottenne e ben messo per fisicità, era il capitano della squadra Primavera della Fiorentina e tra le sue aspirazioni c’era quella di ripeter il percorso di suo padre Mario che della squadra viola titolare era stato ala destra di ottimo livello e che con la maglia della squadra toscana aveva vinto una Coppa Italia nel 1940.

Il sogno non si realizzò, ma quella fotografia d’epoca lo rese comunque eroico. La memoria è lucida e folgorante: “Con un mio amico stavo raggiungendo la Biblioteca Nazionale dove c’era tanto bisogno di una mano. In via Orsini sentimmo un urlo e un tonfo. Dal tetto di una casa era caduto o si era lanciato, non so, un ragazzo che in quel momento si trovava nel fango  e respirava appena. Ci lanciammo in suo soccorso, gli feci la respirazione bocca a bocca, lo caricammo sulle spalle e lo portammo fino a una delle tante ambulanze che, faticosamente, giravano nelle strade allagate. Non ho mai saputo il suo nome, ma sopravvisse. Rimasi traumatizzato da quell’episodio drammatico e, dopo qualche mese, smisi anche di giocare a pallone decidendo che la mia vita l’avrei dedicata al prossimo. E dire che Chiappella veniva spesso a vedermi giocare e, alla fine, si fermava a parlare con me. Ma anche babbo condivise quella decisione e mamma Vera fu la più contenta di tutti”.

Dalla Firenze sommersa spunta anche la figura di un campione indiscusso e indiscutibile che, pur essendo romano, ha offerto tutto se stesso alla causa dei viola diventando persino capitano e, successivamente, allenatore “scippato” di uno scudetto che la sua Fiorentina avrebbe meritato. Anche Giancarlo De Sisti, in arte Picchio, si travestì da Angelo del Fango nel primo giorno dell’Apocalisse.  “In Piazza Duomo dove io e altri compagni eravamo andati per renderci conto personalmente di che cosa stava davvero accadendo alla nostra città. L’Inferno in terra. Da casa mia dove abitavo con mia moglie Nadia in un palazzo di cinque piani vedevo in strada soltanto gommoni che navigavano. Un Inferno di acqua. Arrivavano in continuazione camion che sembravano motoscafi. Una scena surreale. La gente veniva chiamata a raccolta per scaricare ogni tipo di attrezzatura che sarebbe servita per i soccorsi più urgenti. Anche io mi ritrovai sopra uno di quei camion  insieme con gli altri volontari. Lavorammo senza sosta fino a sera. Del resto non c’era allenamento da fare. Lo stadio era stato requisito dal Comune per essere trasformato in centro di smistamento per i soccorsi. Noi per tre settimane  fummo costretti a giocare in trasferta. La prima, a Foggia, segnai anche un gol. Io che non la mettevo dentro manco a porta vuota! Poi, dopo un pareggio a Bologna, battemmo anche il Milan a San Siro. Lo dovevamo, tutti noi,  alla gente della città ferita. Quella che, da quel giorno e da quella  notte di ventisei ore ininterrotte sotto il diluvio, è diventata anche la mia città insieme con Roma”.

Marco Bernardini
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