BAGGIO 50! Il campione più amato d'Italia è l'uomo dei sogni spezzati
18/02/2017, 00:00
di Giancarlo Padovan
Roberto Baggio, 50 anni oggi, 18 febbraio 2017, è il calciatore che ho amato di più, che abbiamo amato di più. Non parlo solo di noi italiani, non parlo di una sola generazione. Mi riferisco alla trasversalità che ha saputo convogliare età, sesso, nazionalità, gusti, convinzioni, convenzioni, provenienze e pregiudizio, collocando un ragazzo umile, con un fisico esile e minato da ginocchia fragili, sopra qualsiasi mediocrità. 

Baggio non è un santo, ma è stato certamente un asceta. La fede buddhista c’entra - si svegliava all’alba per pregare ovunque fosse, qualsiasi cosa dovesse fare -, come c’entra la sua esistenza dimessa, quasi laterale ad una grandezza che gli apparteneva solo in campo. Eppure, per giocare, cioé per riuscire nel mestiere più bello del mondo, doveva affrontare ore supplementari in palestra, lavorare per non scassarsi un’altra volta o preservarsi dalle troppe fragilità: le ginocchia, la schiena, le costole (spaccate in Scozia-Italia dell’autunno ’92), i muscoli di seta, come ebbi modo di definirli in un impeto poetico, all’ennesimo infortunio.

Una fatica infinita, un calvario affrontato con il sorriso malinconico di quello che sa quanto la vita ti dia e ti tolga, anche se il talento scorre sempre pieno e abbondante, anche se gli altri ti amano sia per la tua grandezza, sia per la tua sofferenza. O, forse, proprio perché nella sofferenza si è più grandi.

Roberto è uno dei quattro italiani ad avere vinto il Pallone d’Oro, il massimo riconoscimento mondiale, anche se allora si premiavano solo gli europei. Prima di lui, Gianni Rivera e Paolo Rossi. Dopo di lui, Fabio Cannavaro, capitano del nostro ultimo Mondiale.

Ho avuto la fortuna di essere tra i primi a vederlo, a Vicenza, quando aveva sedici anni e giocava in serie C. L’allenatore di quella squadra era Bruno Giorgi, una cara persona, venuta a mancare troppo presto. Baggio, un cesto di capelli ricci, era geniale e volatile. Già allora apparteneva ad una categoria superiore del calcio. Il suo repertorio era il dribbling. Non secco, ma netto. Non retto, ma dolce. Non irridente, ma candido. Baggio era il sopraffino detentore della palla - sempre prossima al piede, spesso nascosta, a volta sciolta nella sua stessa direzione - che galleggiava tra difensori corpulenti e mediani assatanati. Destro naturale, ha avuto il bene di un sinistro non meno dotato, non meno preciso.

Baggio era già - ed è stato ancor di più dopo - leggerezza ed esattezza. Con il tempo e le marcature serrate o i raddoppi sistematici ha imparato a giocare meno palloni, ma a renderli tutti - o almeno la maggior parte di essi - infinitamente preziosi.

In rapporto alla classe, con le sue squadre ha vinto poco: uno scudetto con la Juve e uno con il Milan, una Coppa Italia e una Coppa Uefa (sempre in bianconero). Ma forse perché il suo karma è la sofferenza, è stato l’uomo delle imprese sfiorate, dei sogni spezzati. Soprattutto in Nazionale. Dal terzo posto a Italia ’90 che, comunque, lo rivelò al mondo, alla finale di Pasadena, Usa ’94, con il rigore sbagliato dopo 120 minuti di partita da infortunato. Eppure fu negli Sati Uniti, un anno dopo la conquista del Pallone d’oro, che Baggio venne sovrapposto all’Italia di Sacchi. Fino all’ottantasettesimo della quarta partita - l’ottavo di finale con la Nigeria - Baggio era stato nullo, come un altro Pallone d’oro che si era affermato a Vicenza, Paolo Rossi nell’estatre dell’82.

Ma a tre minuti dalla fine, con la Nigeria avanti di un gol, Baggio trasformò un passaggio di Mussi in una rasoiata tagliente da dentro l’area. Fu il gol che trascinò una nazione in rivolta contro tutti e una nazionale già con le valigie in mano in un’epopea: un rigore, decisivo, ai supplementari (e in dieci contro undici). Poi la rete decisiva contro la Spagna ai quarti. Infine la doppietta (e il solito infortunio muscolare) alla Bulgaria in semifinale.

Quattro anni dopo fu la volta della Coppa del Mondo in Francia. Di Roby, entrato nel secondo tempo del quarto di finale con la Francia, resta l’immagine del pollice e dell’indice ravvicinati ad indicare uno spazio ridottissimo. Quello tra il gol e il palo dopo un pallonetto da dentro l’area. Un canto alla geniale, quanto umana, imperfezione.

Ci si domanda cosa è stato e cosa sarebbe oggi, tatticamente parlando, Roberto Baggio. Platini lo bollò come un 9 e mezzo, non certo per fargli un complimento. Trapattoni pensava fosse un trequartista e un paio di volte lo impiegò da centrocampista offensivo “per dimostrare - disse - che non lo era”. Fu Sacchi a “imporgli” il ruolo che più lo avvicinava alla porta e che più gradiva: seconda punta. Come tutti i fuoriclasse - per me lui lo è stato - sarebbe moderno anche adesso, sia giocando dietro la punta, sia muovendosi a fianco. Sapeva (e saprebbe) segnare gol (205 in serie A) e produrre assist, sapeva (e saprebbe) muoversi con levità tra le linee. Con la Nigeria, sotto di un uomo, lo vidi anche rincorrere e fermare un avversario lungo l’out. Un’eccezione. Ma che confermava la regola: l’uomo è e resta un generoso e un puro, un esemplare a sé stante, un unicum. Forse superabile, ma per sua natura assolutamente inimitabile.
Giancarlo Padovan
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