Anastasi a CM: 'Arbitri? C'è invidia verso la Juve. Danni allo Stadium? Nel calcio di oggi non c'è più rispetto'
15/03/2017, 14:00
di Luca Borioni
Quando si dice aver vissuto in un altro calcio. Che poi era un altro mondo anche quello che stava intorno. Non necessariamente migliore in tutto e per tutto, ma certamente non ancora degenerato in alcuni dettagli, come vediamo oggi.
Pietro Anastasi è il simbolo di quel calcio. Centravanti della Juventus anni ’70, siciliano di Catania, detto “il Pelé bianco”, rapidità e acrobazie, giocatore simbolo dell’affermazione dei giovani immigrati dal sud che vedevano in lui un modello da seguire. E lui, Pietruzzu, non deludeva mai. Perché segnava tanti gol ma anche perché era un giocatore corretto, focoso talvolta come da origini però sempre nel solco delle regole.

“Oggi invece vedo cose incredibili”, dice Anastasi a Calciomercato.com . E se gli chiedi di commentare quanto accaduto negli spogliatoi dello Stadium dopo Juventus-Milan della scorsa settimana, immaginando un paragone con gli episodi degli anni ’70, fatica a trovare punti di contatto. “Non ricordo di aver mai vissuto situazioni simili. Un conto è lasciarsi andare a un momento di nervosismo, un altro è devastare uno spogliatoio, spaccare e distruggere. Qui non stiamo parlando di persone educate, come dovrebbe essere normale a questi livelli, ma parliamo di altro. Parliamo di mancanza di rispetto, di comportamenti ingiustificabili”.

Anastasi, che vive a Varese, è rimasto legatissimo ai colori bianconeri e non lo nasconde. Racconta della Juve in prima persona: “Il Milan in quella partita aveva meritato di perdere, se avesse giocato la partita che ha giocato la Juve, avrei anche potuto capire il nervosismo, ma non è stato così”.

L’ex bomber (foto calcioblog) spiega di non avere aneddoti su giocatori un tempo protagonisti di atti distruttivi: “Certo, capitava che qualcuno tirasse un pugno alla porta dello spogliatoio, oppure qualcun altro che sfogava la rabbia prendendo a calci il proprio armadietto, questo succedeva, ma non altre cose fuori dal confini del buon senso. Gli arbitri? Con la Juve è la solita storia e va avanti fin dai miei tempi. Tante vittorie e tanta invidia. In Sicila c’è un detto che, tradotto, dice: dove piove, si scivola”.

Ma la questione della sudditanza psicologica, da giocatore bianconero lei, Anastasi, la notava? “Sinceramente no, gli arbitri sbagliavano e sbagliano con le piccole come con le grandi e se l’errore premia la squadra più forte certo che fa clamore. Ma fa parte del gioco. Calciopoli? Acqua passata, non voglio neppure pensare che adesso ci sia un ritorno a quelle tensioni. Piuttosto, bisogna che un po’ tutti abbassino i toni, gli stessi tifosi devono stare più tranquilli. Certe scene non si possono più vedere. Ha detto bene Allegri, il calcio sta dando un pessimo esempio”.

Il fascino del calcio anni ’70 è legato al teorema secondo cui si trattava di una materia da uomini veri, più di quanto non accada oggi. Giocatori che si scambiavano anche colpi duri, botte in campo senza fare troppe scene. Attaccanti che magari si spalmavano creme urticanti sui gomiti per toccare e irritare gli occhi dei difensori, cose del genere… “Magari c’era qualcuno che lo faceva – si stupisce Anastasi – ma io non l’ho mai fatto, andavo in campo e pensavo a giocare a calcio, prendevo botte e cercavo di rispondere facendo gol. Alla Juve pensavamo a impegnarci e fare gruppo, stando in pace con noi stessi. E basta”.

Da una Juventus all’altra, quella che ha appena raggiunto i quarti di Champions ha i mezzi per puntare dritta a Cardiff secondo Anastasi? “Credo proprio di sì, la partita con il Porto è stata gestita, amministrata. Mi sarebbe piaciuto un 2-0, chiudere la partita subito senza tanti discorsi. Ma è pur vero che per la Juve ora ci sono partite che richiederanno tante energie fisiche e nervose, a cominciare dal doppio scontro con il Napoli. Il vantaggio di otto punti è abbastanza, ma non ancora decisivo. La Champions? Siamo quasi al livello del Barcellona e delle altre, quasi. Quello che manca possiamo e sappiamo compensarlo con cuore e corsa”. 
 
Luca Borioni
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