Con George Michael si è spento il bel canto del Natale olimpico
26/12/2016, 15:00
di Marco Bernardini
E ancor ben viva e nitida l’immagine che tutti gli sportivi del mondo certamente conservano nella memoria stampata sulle pagine dove si racconta delle Olimpiadi ospitate da Londra nel 2012. La chiusura dei Giochi, tradizionalmente sfarzosa e fatalmente malinconica, prevedeva nella scaletta del copione la performance di un grande artista della musica. Ecco, dunque, arrivare sul palcoscenico un uomo di mezza età con i capelli ricci e arruffati come quelli di un ragazzino. Negli anni Ottanta aveva fatto ballare tutto il mondo grazie a canzoni il cui tema era l’esatto contrario di quello proposto dalle mode punk e metal dell’epoca. Un sound semplice e pop colorato da venature persino melodiche che aveva scatenato il diabolico Mike Jagger dei Rolling Stones in perfidi e ingiusti commenti tipo “Un  parrucchiere per signora che pretende di essere una rock star”. Lui fece spallucce e tirò dritto senza manco replicare. Aveva il mondo dietro le sue spalle che lo seguiva. Soprattutto aveva i bambini di “ogni età” e di “ogni genere”. Come quelli, infelici e “diversi”, dai quali si precipitò quella sera subito dopo la sua esibizione olimpica. Sosteneva che quelli erano tutti suoi figli e per la loro protezione si batteva.

Era conosciuto come George Michael. Nome e cognome che aveva dovuto assumere per motivi professionali perché quelli autentici, ricevuti per nascita dalla sua famiglia greca, secondo gli editors delle Majors mal si adattavano con il personaggio che avrebbe dovuto recitare artisticamente. Un melodico, per vocazione, imprestato al pop e alla leggerezza di note e di pensieri che trovò il suo zenit ascensionale in un canzone tradotta in tutte le lingue del mondo e cantata da tutta la gente del mondo. Specialmente in questi giorni di festa. Si intitola “Last Christmas” e, nel corso degli anni dopo la sua prodigiosa e azzeccata invenzione, è diventata un poco la colonna sonora di tutti i nostri Natali. Esattamente come il brano dei Queen per la Champions.

E ieri pomeriggio, a Natale appunto, se ne è andato a cinquantatre anni George Michael. Non per droga e né per effetti collaterali figli di un’esistenza balorda o smodata. Il suo cuore si è semplicemente fermato perché difettoso in origine e perché così aveva stabilito chi ha scritto il grande e misterioso libro con sopra i nomi di tutti noi. Quelli che ci sono stati, Quelli che ci sono, Quelli che ci saranno. E il fatto di avergli allestito una dolce partenza proprio il giorno di Natale sulle note dell’inno di pace e di allegria che lui aveva saputo regalare a tutti, grandi e piccini, rappresenta non un paradosso o una pessima burla, ma un dono meritato che lo renderà felice e orgoglioso anche adesso mentre svolazza tra le nuvole cariche e gonfie di neve. Da sotto intanto, tra abeti illuminati e presepi, arriveranno la musica e le parole della sua immortale canzone.
Marco Bernardini
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