Da Bazoer fino alle High School USA. Scuole calcio, l'Italia è rimasta indietro
20/10/2016, 17:00
di Stefano Benzi
Chiudiamo questo trittico di approfondimenti dedicato al calcio giovanile di successo con uno sguardo generale a quello che è l’ambiente nel quale lo sviluppo dei talenti più giovani si consolida. Se in Spagna, Inghilterra e Germania i settori giovanili non hanno più segreti, in altri paesi vale la pena di approfondire alcuni aspetti: in Repubblica Ceca per esempio la filiera che realizza ottimi centrocampisti è ormai consolidata.

Cominciò lo Sparta Praga poi, quando il vice allenatore del settore giovanile dello Sparta si spostò al Viktoria Plzen, anche qui cominciarono a fiorire talenti: pochi attaccanti, difensori macchinosi, ma centrocampisti coi fiocchi... play, incontristi, mezze punte. Età media dell’esordio in prima squadra 17 anni. La maggior parte di loro finisce in Inghilterra: quasi tutte le squadre inglesi più importanti vantano un accordo di collaborazione con le squadre ceke. In Francia si è avuto un eccesso di offerta legato ai successi nel Mondiale. Ma non ci si può certo stupire di Lacazette o Griezmann che hanno giocato tutti i campionati under in nazionale, dall’Under 14 in poi. Segnando sempre e tanto.

Stanno lavorando bene in Polonia e nei paesi nordici e, come sempre, in Olanda in un paese relativamente piccolo che intorno al calcio, se facciamo eccezione per i tre o quattro club di punta, spende il giusto e mai troppo. Poche le squadre che fanno scouting all’estero (Ajax, PSV e Feyenoord soprattutto): la maggior parte dei club fa crescere nelle giovanili i propri talenti e li porta a esordire a sedici anni. Basta farsi un giro nei campi di allenamento giovanili di squadre come Nac, Willem II, De Graafschap, Roda, Utrecht ordinatamente disposti a decine nel parco principale della città o accanto allo stadio... E’ qui che nascono fenomeni come Diks (Vitesse), Tibbling (Groningen), Haller (Utrecht), Tannane (Heracles) oltre ai già noti Willems, El Ghazi, Riedewald e Bazoer (nella foto 18enne) dell’Ajax, forse il più forte di tutti.

In Stati Uniti e Canada, ma anche in Giappone e Corea, il sistema di sviluppo cambia completamente: se una volta lo sport (in particolare in Asia) era soprattutto affidato alle sponsorizzazioni e al patrocinio delle grandi multinazionali industriali con le squadre che di fatto erano dei circoli sportivi dopolavoristici, ora i settori giovanili sono demandati a scuole e Università. Non c’è modo migliore di controllare e verificare i progressi dei ragazzi che sono incentivati da borse di studio e premi a giocare bene e studiare molto. Contenti i ragazzi, felicissimi i genitori ma soprattutto sano il sistema: i ragazzi sono tutti coperti da un’assicurazione. Se un incidente dovesse mandare all’aria la loro carriera sportiva, gli studi sono garantiti fino alla laurea. Nessun ragazzo a ciondolare per i campi di periferia: per male che vada si avrà un professionista. Gli allenatori dei settori giovanili o delle Academy studiano in Europa per almeno due anni. Poi applicano in patria quanto hanno imparato tatticamente e tecnicamente senza stravolgere il modello organizzativo. I ragazzi che escono dalle high school proseguono la loro attività nelle Università e poi possono essere chiamati, con il draft o anche indipendentemente, dalle franchigie di MLS o NASL. Il campionato di Major League pullula di ragazzi che hanno un’intelligenza al di sopra della media, una preparazione culturale non indifferente e una carriera universitaria spalancata: parlano tre lingue, studiano ingegneria o architettura e giocano a pallone. A volte riprendono a giocare a calcio a 22 anni dopo aver preso la laurea, quasi casualmente.

Lo so, stiamo parlano di qualcosa che da noi non esiste: qui le scuole fanno vita a sé, hanno strutture sportive spesso inesistenti e quasi sempre inadatte. Nessun incentivo, anzi... l’attività fisica nelle scuole è vista quasi come un rischio o una perdita di tempo. Una high-school americana offre nella media quattordici programmi sportivi (i più gettonati sono basket, football, volley, ginnastica, lotta, hockey su ghiaccio, soccer e lacrosse) ma anche programmi di intrattenimento: cheerleading, marching band, mass-entertainment.

Fantascienza per noi che abbiamo demandato tutto alle famiglie e soprattutto alle squadre che si fanno pagare, a volte molto, per illudere i ragazzi più che per farli divertire. Ogni volta che l’Italia porta al professionismo un calciatore, l’Olanda ne forma sette, la Repubblica Ceka nove, gli Stati Uniti dodici (donne escluse). I conti evidentemente non tornano. Né con paesi più piccoli del nostro né con quelli più grossi e dispersivi, ma molto meglio organizzati di noi. 
 
Stefano Benzi
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