Inzaghi contro de Boer: storie opposte di programmazione improvvisata
31/10/2016, 23:00
di Luca Borioni
È un dato di fatto: in Italia non c’è mai programmazione. Se non quella del caso. Vedete voi se questa certezza non trova riscontri nella realtà di tutti giorni: e spesso sono riscontri drammatici…

Figuriamoci se l’improvvisazione – conseguenza dell’inadeguatezza se non peggio, della malafede - non regna sovrana anche nel calcio, risvolto ludico della nostra società assurto a comparto di primaria importanza sul piano economico e culturale. È così, purtroppo, e gli esempi ci scorrono sotto gli occhi tutti i giorni.

Prendiamo la vicenda De Boer. Era chiaro, evidente, ampiamente prevedibile, che l’allenatore olandese (catapultato nella complicata realtà interista a poco tempo dall’avvio della stagione e sulla scorta delle difficoltà emerse con Mancini) avrebbe incontrato qualche problema. Ora, un conto è delegare il compito di risolvere le emergenze a un tecnico protetto, difeso, assistito in ogni momento da una società ben strutturata e solida. Un altro è farlo alla luce di una situazione complessa e instabile come quella che caratterizza l’Inter attuale.

E pensare che Frank De Boer è probabilmente un ottimo allenatore. Ha giocato nel Barcellona, ha respirato e condiviso la cultura calcistica dell’Ajax, ha portato in un modo o nell’altro nel nostro calcio elementi di novità e teorie da sviluppare. Ma lo ha fatto senza poter godere di un adeguato supporto. Scelto da Thohir e accettato dal resto dello staff dirigenziale con la lontana supervisione cinese. Una specie di scommessa. Dove sarebbe la programmazione? 

Che poi la mancanza di progetti e analisi approfondite, insomma di un approccio professionale e responsabile, si alimenta anche di occasionali exploit, di storie felici che contribuiscono a far passare in secondo piano il cuore del problema. Per esempio Simone Inzaghi. Non stiamo qui a entrare nel merito delle valutazioni sulla gestione Lotito: a volte lungimirante, a volte discutibile, a volte bizzarra, a volte sorprendente.

Sta di fatto che la scelta di affidare la Lazio a Inzaghi è stata tutto meno che programmata. La Lazio doveva essere di Bielsa e, comunque, essendo l’argentino un personaggio decisamente originale e carismatico, sarebbe stata una storia piena di promesse, di sviluppi interessanti sul medio e lungo termine. Ma Bielsa si è tirato fuori. E il pallone bollente è passato a Inzaghi che, dal canto suo, nonostante l’improvviso carico di responsabilità e un mercato a scartamento ridotto, ha iniziato a lavorare con criterio e buon senso. Arrivando a spingere la Lazio fino all’attuale quarto posto in classifica. Una bella storia, fino a prova contraria.

De Boer, invece, di prove contrarie ne ha già vissute. Con l’Inter è primo nella colonna di destra, quella dell’infamia per le grandi che stentano e si arrabattano in zone che solitamente non frequentano. Ma i risultati dicono tutto, nello sport sono lo specchio delle ambizioni, la realtà con cui bisogna confrontarsi ogni giorno.

È vero che un buon tecnico può anche nascondere le magagne del club. In fondo lo stesso Montella sta veleggiando in alta quota con un Milan costruito senza serenità, puntando sui giovani ma anche su un passaggio di proprietà travagliato e sofferto come pochi altri. Il buon lavoro del tecnico rossonero – che pure ha passato, come altri, momenti molto difficili - stride con le sconfitte collezionate da De Boer e con l’atteggiamento di un’Inter lenta, pesante e incomprensibile come talvolta appaiono le frasi confuse, in un italiano fatalmente impreciso, del volenteroso tecnico olandese.

Anche l’Inter è confusa e lenta, in campo, Ma prima ancora lo è dietro alle prestigiose scrivanie. Dove si crede che un Blanc qualsiasi possa portare una svolta. Tanto, qualunque cosa accada, sarà sempre per merito di un’ispirata improvvisazione invece che per una coerente programmazione. L’Inter cinese è ancora molto italiana.

Luca Borioni
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