Dieci anni dopo Raciti, che cosa è cambiato negli stadi italiani?
02/02/2017, 18:30
di Luca Borioni
Dieci anni dopo l’omicidio Raciti, che cosa è cambiato nel rapporto complesso e tormentato tra il nostro calcio e la violenza negli stadi?

Da allora, da quel 2 febbraio 2007 in cui dopo gli scontri tra alcuni ultrà catanesi e la polizia al termine di un Catania-Palermo, perse la vita il quarantenne ispettore Filippo Raciti, si è sviluppata una fase nuova. Quella della repressione che - ad esempio attraverso le misure restrittive della tessera del tifoso - ha ridotto sì il numero degli incidenti all’interno del perimetro degli stadi, ma ha pure limitato la libertà di tutti gli spettatori normali, incidendo soprattutto sulla possibilità, da parte delle famiglie, di pensare allo stadio come a un luogo di svago in cui trascorrere del tempo libero assieme ai figli, ai bambini.

Non è così. Gli stadi restano luoghi generalmente poco adatti ai minori. Prima di tutto sono luoghi scomodi – almeno in Italia – a partire dagli accessi. I parcheggi sono logisticamente difficili, blindati oppure costosi o ancora lontani; le procedure per l’acquisto dei biglietti restano complicatissime nonché, ancora una volta, costose. Si passa dai tornelli strisciando nel meccanismo a rotazione, ci si sottopone alle perquisizioni e si deve mostrare il biglietto altre diverse volte prima di meritarsi l’agognato seggiolino.

E intanto, magari, i delinquenti trovano comunque il modo di intrufolarsi, di far entrare striscioni proibiti se non oggetti pericolosi. Oppure non si nascondono affatto, riescono a trattare direttamente con i club, arrivano a gestire gli ingressi, fanno entrare in curva chi vogliono loro, minacciano e comandano. Insomma, cose così. Si pensi al caso della Juventus, un esempio d’efficienza nella gestione dello Stadium (che ha risolto alla grande i problemi di comfort dello spettatore) ma anche soggetta ai tentativi di infiltrazioni mafiose nella gestione dei biglietti, stando alle ultime notizie di cronaca.

Magari in generale la violenza è diminuita. Anche se i fattacci sono sempre dietro l’angolo. Dopo Raciti ci fu la follia di Genova e i tifosi violenti della Serbia padroni del Ferraris, poi l’assassinio di Ciro Esposito fuori dall’Olimpico di Roma in stato d’assedio, poi il protagonismo di un tale Genny ‘a Carogna inneggiante proprio agli assassini di Raciti.

Come dice Marisa Grasso, la vedova dell’ispettore di polizia che – in un mondo normale - avrebbe ora compiuto 50 anni, “Servirebbe un percorso culturale, serve educare alla prevenzione nelle scuole e nelle scuole di calcio. Solo così riusciremo a cambiare comportamenti e mentalità”.

Già perché se è vero che da dieci anni a questa parte i momenti di buio si sono diradati, è altrettanto palese che in compenso hanno caratterizzato altri ambiti della nostra vita, purtroppo, con effetti ben più devastanti (la violenza si è spostata più in alto, sulla scena internazionale dei conflitti multirazziali). E se è vero che allo stadio la violenza non è più di casa sugli spalti, sappiamo che spesso si manifesta subdolamente sui campi di periferia, perfino su quelli dei campionati giovanili dove ci pensano bravi genitori ad azzuffarsi o a minacciare. E questo è un vecchio problema culturale al quale nessun politico, preso dal vortice della crisi attuale, è riuscito a mettere mano e chissà mai quando e se lo farà.

Oltretutto, dal caso Raciti a oggi, tra le molte cose che sono cambiate in peggio (guardatevi intorno) c’è anche il campionato stesso di calcio. Meno spettacolare, meno incerto, meno divertente. E meno attraente. I costi aumentano, lo spettacolo cala assieme al potere di spesa degli italiani. E ci credo che anche la violenza, in quell’ambito, faccia un passo indietro (per comparire altrove). Ma non è questa la soluzione che avevamo immaginato e sognato.
Luca Borioni
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