Elezioni USA, lo sport ringrazia Obama VIDEO
08/11/2016, 17:55
di Marco Bernardini
In attesa di conoscere ufficialmente il nome del nuovo presidente degli Stati Uniti, mi pare a dir poco doveroso soffermarsi sull’uomo che per otto anni ha guidato una fra le nazioni più grandi e più potenti del mondo. Da domani Barak Obama non sarà più l’inquilino eccellente della Casa Bianca. Lui e la sua bella famiglia torneranno a vivere come comuni cittadini  americani in qualche villetta nei dintorni di Chicago, la città da dove erano arrivati.
 
Indipendentemente dalle riflessioni e dalle valutazioni, politiche e non, di chi sarà stato chiamato dal popolo e dai grandi elettori per sostituirlo (cosa che qui in Italia potremo cominciare a fare dall’una di questa notte) è cosa buona e giusta celebrare il commiato con un netto “grazie di tutto” rivolto al primo presidente di colore della storia statunitense. Un uomo e un personaggio che, oltre alla saggezza politica e diplomatica messa in mostra nel corso della gestione ei suoi due mandati, è riuscito a trasmettere ai sui cittadini e a quelli del mondo intero un senso di allegria e di positivismo intellettuale sconosciuto agli ultimi suoi predecessori e in particolare a Bush padre e figlio. Con Obama, infatti, l’America è tornata ad essere quel Grande Paese difensore e custode dello spirito democratico che negli ultimi anni si era un poco affievolito mortificando il "Sogno" di personaggi come Martin Luther King, di John Fitzgerald Kennedy e, per certi versi, dello stesso Bill Clinton. Naturalmente il ragazzo di colore nato ad Honolulu e poi trapiantato a Chicago non potava fare miracoli. Ricordiamoci che soltanto un lenzuolo non ha tasche e che un solo uomo al mondo duemila anni fa ebbe il coraggio di andare in giro vestito in quel modo in Palestina.

L’America è un Paese composito e variegato ricco di idee ma anche di enormi contraddizioni. Regolare e amministrare un simile spazio consentendo la convivenza tra forze in campo antagoniste (multinazionali assortite e fabbricanti di armi, ricche caste di ebrei e emergenti arabi, sacche di povertà metropolitana al limite dell’indigenza e presenze multirazziali sempre più consolidate) è impresa titanica. Mantenere solidi o comunque accettabili i rapporti con gli altri grandi del pianeta, Russia e Cina in particolare, comporta un’abilità da statisti non indifferente tra fatali e umani errori o omissioni. Obama, sia in casa propria e sia rispetto al resto dell’umanità politica internazionale, è riuscito a fare ciò che era nelle sue possibilità. Lascerà sicuramente un vuoto, anche per simpatia e addirittura empatia, che non so fino a che punto il suo successore  donna o uomo che sarà potrà colmare in tempi accettabili.

Anche il mondo dello sport si appresta a salutarlo con grande rimpianto. Obama, oltre ogni ragionevole dubbio, si è rivelato come il presidente più sportivo che gli Usa abbiano mai avuto la fortuna di avere. Non soltanto a parole, tra l’altro. La sua sconfinata passione per il basket arriva dal giorno in cui, era ragazzino, Barak giocava bella squadra della scuola a Chicago e veniva definito “Berry o bomber” per  le sue qualità volanti sotto canestro. Una vocazione scolpita nel suo Dna che gli ha consentito di essere un presidente agonisticamente attivo anche all’interno della Casa Bianca dove, spesso, lo si vedeva giocare nella insieme con il suo grande amico Kobe Bryant stella dei Los Angeles Lakers.

Ma anche il baseball, il golf e il calcio sono state discipline sempre presenti nel carnet presidenziale ed esiste una galleria fotografica imponente a mostrare Obama insieme con i campioni di nazionalità assortite e di sport variegati. Ed esattamente come accadde per la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Usa e Cina ai temi epocali del “ping pong”, il baseball è stato usato dal presidente uscente americano per rendere ancora più storico l’incontro con Raul Castro, il fratello di Fidel, a Cuba. Tutti e due insieme nello stadio della capitale caraibica. 

Infine ma non ultimo per importanza lo sforzo compiuto da Obama perché lo sport diventasse in tutte le scuole americane materia primaria e mirata all’abbattimento di ogni residua frontiera: quella razziale e quella tra normodotati e diversi. Con lui, al suo fianco, la moglie Michelle. Anche lei sportiva praticante di qualità. Una coppia della quale il mondo, da domani, sentirà la mancanza.
 
Marco Bernardini
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