Fidel Castro, la solitudine del campione
26/11/2016, 12:00
di Marco Bernardini

Avere la possibilità , con relativi onori e oneri, di scrivere buona parte della storia del mondo è un privilegio e anche una maledizione riservata a pochissimi intimi. Fidel Castro, il Lider Maximo scomparso oggi alla vigilia del suo novantesimo compleanno, fa indiscutibilmente parte di questo esclusivo Club del Potenti.

Una figura tanto complessa e di ardua lettura, pur nella sua evidente linearità ideologica, per la quale è impossibile trovare tutti d'accordo nel giudizio finale. Neppure a livello politico. Ecco perchè la disperazione autentica della maggior parte dei cubani in queste ore di lutto viene moderatamente ma chiassosamente bilanciata (o macchiata, a seconda di come si pensi) dalla festa messa in atto nelle strade di Miami e di tutta la Florida ovvero la terra americana dove fin dal 1959 arrivarono per insediarsi i dissidenti e i nemici della "revolution" con la quale il giovane comandante Fidel, insieme con i suoi "companeros" era riuscito a rivoltare l'isola caraibica come un vecchio calzino. Per qualcuno, la minoranza, Castro è stato e sarà sempre il Diavolo in terra. Per altri, la maggioranza, il leader cubano è stato e sarà sempre l'Angelo protettore degli umili e degli oppressi. La verità, come spesso accade, non si trova nelle tasche di nessuna delle due fazioni.



In realtà Fidel non è mai stato un uomo soltanto, ma tutta una serie di "entità" stratificate in un unico contenitore modellato sulla figura esteticamente militarizzata e ieratica del personaggio sorpreso perennemente con il sigaro in mano. Soldato, rivoluzionario, politico, statista, dittatore per forza di cose, sociologo libertario per vocazione, scrittore, filosofo, ateo e spiritualista insieme come ebbe a confessare il Papa dopo averlo incontrato privatamente. E' chiaro che per ricoprire e svolgere tutti quei compiti così delicati e complessi Fidel fosse persino costretto a nascondere la sua vera e più intima identità dietro almeno due facce. Quella del Diavolo, appunto, è quella dell'Angelo.

Ma è nella genesi dell’avventura cubana che è possibile trovare quel minimo di sana innocenza con la quale giustificare, poi, anche i successivi errori e omissioni storicamente fatali per qualsiasi uomo solo al comando. Castro non nasce comunista anche perché a Cuba il Partito non esiste. Sarà poi lui a fondarlo subito dopo la liberazione dalla degradante dittatura (quella sì) di Batista. Fidel nasce benestante perché figlio di un latifondista caraibico. Studia nel collegio dei Gesuiti ed è campione di basket nella squadra del suo Istituto. Ha soldi in tasca e potrebbe fregarsene della stragrande maggioranza dei cubani ridotti perlopiù a schiavi da un regime che ha trasformato la bellissima isola in un bordello a cielo aperto dove gli americani arrivano per fare cose e per sfogare istinti di cui si vergognerebbero a casa loro. Peraltro il bel giovane borghese è affascinato dagli USA. Scrive addirittura una lettera al presidente Franklin Delano Roosvelt pregandolo di fargli avere una banconota da venti dollari perché lui non ne ha mai vista una. Non è dato sapere se quella curiosità venne soddisfatta, ma certo è che dopo aver letto Marx e Bakunin a vent'anni Fidel imbracciò il fucile e si diede alla macchia come capo rivoluzionario. La bella vita era stata cancellata dal senso di responsabilità che, scolpito nel suo Dna, lo obbligava a negare parte di se stesso a favore del bene altrui. Questa, per sempre e al di là di ogni barriera ideologica, rimarrà la fotografia più bella e più pulita di una lunghissima storia che si è conclusa ieri con la scomparsa di uno fra gli uomini più celebrati e più odiati al mondo.



Da pistolero ricercato dagli uomini di Batista a vecchio Guru della politica internazionale, Fidel ha cavalcato settantanni di Storia su un cavallo bianco che non suda mai e che, malgrado tutti gli sforzi dei nemici per abbatterlo, sfugge ad ogni agguato. Compie ottime cose come, per esempio e soprattutto, la restituzione a Cuba e ai cubani della loro dignità di esseri umani e di essere Paesebì con tutto ciò che comporta a livello pratico e sociale un evento del genere. Commette errori di preveggenza concedendosi in maniera più o meno completa e talvolta asservita al comunismo reale sovietico e non riesce a mantenere quello che vorrebbe il suo più fedele compagno Ernesto Che Guevara sognatore visionario di un mondo composto da stati indipendenti e non allineati con nessuna forma di potere. E, come l'apostolo che rinnegò per tre volte il Cristo al canto del gallo, abbandonerà il Che lasciandolo solo e senza aiuti in Bolivia permettendo ai sicari della CIA di assassinarlo. "Non un solo rivoluzionario morirà invano" disse il Lider Maximo piangendo l'amico Guevara lasciato uccidere per strategia politica. Aveva ragione. Il Che conquistò l'amore di tutti i giovani del mondo. Un sentimento che Castro non potè mai apprezzare. Rispetto, timore, adulazione e odio. Amore mai. Forse soltanto, nei residui anni, da parte di Maradona e di tutti quei campioni del basket e dell'atletica che lui aveva adottato come figli. Ma ciò fa parte della sfera intima del generale.

Sicchè alla fine della storia rimane l'icona dell’ultimo comunista autentico rimasto al mondo avvolto, come in una pesante e invalicabile nebbia, da una conclusiva e gigantesca solitudine. Non è una gran  novità. Capita, puntualmente, a tutti gli architetti delle più grandi opere e a chi ha esercitato il potere a modo suo. Restano, in mezzo al mare dei Caraibi, la bellissima isola di Cuba e la sua meravigliosa gente che, da domani, avranno il fratello di Fidel Raul come manovratore e ispiratore della rotta. E Trump, sicuramente, avrà un problema in meno.

Twitter: @matattachia


Marco Bernardini
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