Figc, il nuovo calcio sa di Tavecchio
04/03/2017, 11:00
di Fernando Pernambuco
Il 6 marzo è una data importante: verrà eletto il nuovo Presidente della Federazione Italiana Gijuoco Calcio. Due i candidati in lizza, entrambi provenienti dalle Leghe e non dalle componenti tecniche. Nell’altra tornata, uno dei candidati era infatti Demetrio Albertini, presentato dall’ Associazione Calciatori e dall’Associazione arbitri. Come andò a finire si sa: stravinse al terzo scrutinio, Carlo Tavecchio, che quest’anno si ripresenta e avrà come sfidante Andrea Abodi, sostenuto in prima istanza dalla Lega Pro.

Tavecchio iniziò la sua presidenza in modo disastroso, presentandosi nel segno dell’improvvisazione e delle gaffes ( da “Opti Poba” agli “ebreacci”, agli stranieri “mangiatori di banane”). Soprattutto sembrava teleguidato dal suo maggiore sponsor, il presidente della Lazio Claudio Lotito che faceva di tutto per avvallare l’idea di essere lui a prendere le decisioni. Nel calcio moderno proiettato ad un futuro fatto di stadi di proprietà, ricontrattazione dei diritti, campionati più snelli, nuovi strumenti tecnologici per arginare possibili errori arbitrali, Tavecchio aveva l’aria di un parroco furbastro e bonario, capitato in un mondo più rapido e più grande di lui. Qualcuno che conta, Andrea Agnelli, lo giudicò “inadeguato”. Ora quello stesso “qualcuno” pensa che Tavecchio e il direttore generale Uva “abbiano una conoscenza della macchina molto superiore e questo ticket, in assenza di alternative, può dare le migliori garanzie per fare le riforme”. In effetti Tavecchio almeno due cose le ha fatte: ha smesso di prodursi in esternazioni terrificanti e pare essersi smarcato da quello che lo stesso Agnelli definiva un “tutor invasivo”, con chiaro riferimento al consigliere federale Lotito. Se domandate all’attuale Presidente della Figc  di cosa vada veramente fiero per quanto da lui fatto in 3 anni, vi risponderà: “la riduzione delle rose”. Ovvero squadre di Serie A con un massimo di 25 calciatori, di cui 4 cresciuti in Italia e 4 cresciuti nel vivaio dei club per cui sono tesserati. Alla richiesta su quale sia il suo programma, Tavecchio, si è così espresso: Serie A a 20 squadre (con 2 restrocessioni), Serie B a 20 club (2 promozioni e 3 retrocessioni) e Lega Pro con 40 squadre e 2 gironi da 20. Inoltre una Serie D d’elite composta da 4 gironi con 18 squadre e una Serie D con 8 gironi da 18; le promozioni sarebbero 6 e le retrocessioni 12.

Il suo sfidante Andrea Abodi, 57 anni, romano con un passato in An, ha promesso di dimettersi da Presidente della Lega di B un giorno prima del voto federale e di concentrarsi sui questi punti: un nuovo modello di gestione e un impegno “condiviso al raggiungimento degli obiettivi di fair play finanziario, la valorizzazione dei settori giovanili e scolastici, l’attenzione al calcio femminile, al calcio a 5 e al beach soccer”.

Il 6 Marzo esprimeranno i propri voti 278 delegati, così suddivisi:
- Serie A (20 voti, che conteranno per il 34 %). Per due terzi è a favore di Tavecchio, ma i club che potrebbero appoggiare Abodi oscillano tra 6 e 8.
- Serie B (21 voti, 5 %). In maggioranza dalla parte di Abodi, ma non è compatta. 6 società si orienterebbero per Tavecchio, alcune sono indecise.
- Lega Pro (60 voti, 17 %). Compatta per Abodi.
- Lega Dilettanti (90 voti, 34 %). Per Tavecchio.
- Associazione Allenatori (26 voti, 10 %). Il suo presidente Ulivieri si è pubblicamente espresso per Tavecchio.
- Associazione Calciatori (52 voti, 20 %). Il presidente Tommasi ha annunciato un pronunciamento per Abodi.
- Associazione Arbitri (9 voti, 2 %). Non ha chiarito la sua posizione.

I pronostici si presentano incerti, anche se in lieve vantaggio sembra essere Carlo Tavecchio. Quello che sembra certo è, invece, una sostanziale melina messa in campo da entrambi i contendenti, che vanno dal generico retorico-doveroso (“più trasparenza”, “maggiore efficienza”, “un salto di qualità in Europa”) al particolareggiato (“una Serie D d’elite”, “ il beach soccer”) senza, ci pare, toccare temi banali, ma centrali: una Serie A con 18 squadre, la creazione di squadre B che partecipano a campionati minori sul modello spagnolo, l’allungamento del settore scuola calcio a 16 anni, un piano di defiscalizzazioni e non di contributi, un serio impegno per leggi anticontraffazioni e conseguenti regolamenti praticabili con relative sanzioni esemplari e, dulcis in fundo, la questione stadi di proprietà.
Di questi argomenti non ne parla nessuno. E forse hanno ragione: rappresentano l’impossibile, un sogno, un'utopia e allora è meglio parlare di “raggiungimento degli obiettivi per una reale modernizzazione del calcio italiano, che sappia affrontare le importanti sfide di un futuro a 360 gradi, sia nel nostro Paese che nel più vasto campo internazionale, tenendo conto della rilevanza di un settore così centrale negli interessi del….”. Chiunque vinca, abbiamo capito come andrà a finire.
Fernando Pernambuco
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