Da Tacconi a Rossi, la Juve dell'85 sta con Tardelli: 'Quella Coppa non esiste'
08/03/2017, 20:00
di Marco Bernardini
Marco Tardelli non è soltanto un "urlo". Marco Tardelli è anche il Coraggio fatto uomo. Con l’iniziale maiuscola. Il coraggio che gli permette e addirittura gli impone di esternare pubblicamente ciò che tutti i suoi ex compagni della Juventus più grande e più bella datata 1985 pensano ma che non hanno mai avuto l’ardire di confessare con altrettanta chiarezza e senso dell’umano rispetto. "La Coppa vinta all’Heysel? Ma quale Coppa. Io non ho vinto un bel nulla. E se un trofeo del genere esiste nella bacheca bianconera io non lo riconosco minimamente".

Trentadue anni, il prossimo maggio. Trentanove morti ammazzati dal branco ubriaco e selvaggio. Il tempo può ammorbidire il ricordo. Forse. Ma la memoria dell’uomo non è resettabile come quella di un computer. Volti, fatti, emozioni incisi nella pietra. Anche se, fisicamente o per definizione, non esistono più. Lo stadio dell’Heysel non si chiama da tempo più così. La Coppa dei Campioni è diventata Champions. Gli hooligans di macabra fama si sono trasformati in cucciolotti dopo la cura della Lady di ferro. I giovani e giovanissimi tifosi bianconeri ne hanno sentito parlare ma, esattamente, non riescono a farsene un’idea precisa. La loro Juventus è la squadra più invidiata e più odiata esattamente quanto è amata e venerata. A lei si tolgono anche scudetti, nel nome di una giustizia un po’ strana. Invece una Coppa andrebbe cancellata definitivamente a livello ufficiale. "Quella" Coppa che Marco Tardelli rifiuta di riconoscere. Perché anche il semplice rammentare provoca un dolore atroce.

Non solo Marco, comunque. Seppure con qualche scampolo di alibi, necessario a non devastare la coscienza e a non stuzzicare il senso di colpa, anche gli altri protagonisti di quella pagina nerissima si affiancano al teorema del grande rifiuto tardelliano. Stefano Tacconi, per esempio. "Noi protagonisti in campo di una macabra sceneggiata, nostro malgrado. Obbligati a giocare per ordine di un comandante della polizia belga. Costretti addirittura a correre sotto la curva dei nostri tifosi per fare festa dietro ordine preciso dei responsabili dell’Uefa per consentire alle forze dell’ordine di evacuare lo stadio. Io quella Coppa non la volli manco toccare". Nessuno la baciò, come sempre accade. Neppure chi, quella notte, sembrava essere il più esaltato fra tutti. Michel Platini il quale oggi ammette di "aver vissuto dall’entrata in campo sino alla fine una specie di trance mentale che, se fossi stato lucido, mi avrebbe fatto provare vergogna al punto di sprofondare. Ero fuori di testa, Non so, forse per reazione inconscia al dolore. L’ho anche scritto nel libro delle mie memorie. Come i clown del circo che vengono mandati in pista per distrarre il pubblico dopo che è caduto il trapezista, la stessa cosa venne fatta con noi quella notte". Non cerca scuse, Michel. Ma aggiunge: "In quel momento cominciò ad agonizzare dentro di me il giocatore che, poi, morì del tutto dopo poco tempo lasciando soltanto l’uomo". Bastardi senza gloria? Macché. Ragazzi mandati allo sbaraglio. Come Paolo Rossi il quale ancora oggi giura che "non sapevamo. Nessuno di noi era stato messo al corrente sulla reale entità della tragedia. In campo ci interrogavamo con lo sguardo, ma non c’era risposta. Marco disconosce quella Coppa? Io, da parte mia, non la considero. Non ci penso. A quella carneficina, invece, penso. E un poco mi odio per aver partecipato, indirettamente, a quella terribile sceneggiata". Il frastuono, atroce, del silenzio raccontato da Cesare Prandelli. "Seduti sull’aereo che ci riportava a casa, il giorno dopo, eravamo statue di sale con dentro la testa una sola parola: perché? Nessuna risposta logica, ovviamente. La Coppa al fondo dell’aparecchio come un oggetto abbandonato. Ciascuno di noi con lo sguardo oltre il finestrino a guardare le nuvole".

Qualcuno, forse, pensò di intravedere trentanove angeli che accompagnarono quel volo bianconero sino al momento dell’atterraggio. Poi volarono via. Chissà.
Marco Bernardini
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