Baggio, Guardiola e un amore avaro: il Brescia e quella V che segna una fede
02/02/2017, 14:00
di Pippo Russo

Di norma la passione per il calcio è avara. Si prende tutto e restitiusce una parte minima, sempre che lo faccia. Chi comincia a viverla non lo sa, e quando lo scopre è troppo tardi. È già intrappolato. Ma forse si lascerebbe intrappolare comunque, in piena consapevolezza. Anche se venisse avvertito che la restituzione è quasi nulla, e che a meno d'avere in sorte il tifare per una squadra vincente le soddisfazioni saranno rare. E tuttavia, fermandosi un attimo a fare un bilancio così in deficit del proprio amore pallonaro, ciascun tifoso di qualsiasi squadra scoprirà che ne è valsa la pena. Perché il rapporto coi propri colori calcistici ha forgiato l’identità personale e il senso di appartenenza a una comunità. Qualcosa che il calcio dà in misura più ampia di quanto facciano altri contesti dell’identificazione.



Queste riflessioni mi sono state sollecitate per l’ennesima volta dalla lettura di un libro ricco e suggestivo. Lo ha scritto Leopoldo Giannini, tifoso del Brescia appartenente a una generazione che ha fatto in tempo a vedere il calcio degli Anni Settanta. Il volume s’intitola “VU. Storia di un amore non sempre corrisposto” (Marco Serra Tarantola Editore, pagine 252, euro 28). Un testo con poche parole e molte immagini, che racconta l’autobiografia di un amore irriducibile. Sempre vivo a dispetto di essere “non sempre corrisposto”, come recita il sottotitolo. E posso garantirvi che si tratta di un libro speciale, perché costruito dalla passione di un tifoso che è stato bambino, è cresciuto, e adesso si trova nell’età matura avendo come compagna inseparabile la fede calcistica per un club destinato a dispensare sofferenze più che gioie.



Al centro di quelle pagine c’è il Brescia, club che nella propria storia ha militato prevalentemente in Serie B con alcune gloriose puntate in A. Le “rondinelle”, con quella VU sulla maglia che costituisce un tratto caratteristico. Il club che nel recente passato ha visto tra le proprie file Andrea Pirlo, Roberto Baggio, un Pep Guardiola a fine carriera, e il mitico Dario Hubner. Ma è più corretto dire che quelle pagine parlino del tifoso e del suo amore per la maglia e i colori. Nella fattispecie si parla di Leopoldo Giannini e del Brescia. Ma avrebbe potuto essere l’operazione condotta da ogni tifoso, ripescando dalla vasta collezione dei cimeli personali: ritagli di giornale, figurine, biglietti d’accesso allo stadio e tessere d’abbonamento, foto autografate, sciarpe, persino annotazioni sui quaderni di scuola. È proprio attingendo a un campionario così vasto che si capisce come mai anche la più avara delle passioni calcistiche, in ultima analisi, dimostri d’essere valsa la pena. Si scopre che con la nostra squadra siamo cresciuti, abbiamo costruito e rotto relazioni, e continuiamo a essere dentro una storia che possiamo raccontare essendone testimoni privilegiati. E questo è tanto più vero se la nostra squadra è distante dal gruppo dei club dalla copertura mediatica ipertrofica. La sua storia è storia orale, o costruita attraverso la collezione di memorie documentali capaci di sopravvivere alle demotivazione personale, ma anche all’opera distruttrice delle mamme che scaraventano nella spazzatura “tutta quella cianfrusaglia”. Piccoli crimini contro la memoria che non tutti siamo capaci di arginare. Ma ciascuno di noi ha dei cassetti o delle scatole in cui ha conservato cose di calcio che sul momento parevano di poca importanza. Quelle cose meritano di rivivere.

@pippoevai


Pippo Russo
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