Di Canio sfigurato dall'ipocrisia
03/01/2017, 17:40
di Pippo Russo
Paolo Di Canio mi ha sempre suscitato reazioni contrastanti. Perciò l’ultima cosa che mi aspettavo da lui era che mi lasciasse interdetto, come è successo stamani dopo la lettura della lunga intervista rilasciata a Marco Imarisio del Corriere della Sera. Di lui ho detestato le idee politiche opposte alle mie, così come certi gesti e atteggiamenti lontani dalla mia cultura politica. Ma al tempo stesso ho amato il suo essere un uomo tutto d’un pezzo, refrattario a ogni compromesso. Uno sportivo vero, per il suo gusto della sfida come unica cifra dell’impegno agonistico e per il rispetto indiscusso delle regole e del fair play. Il suo arresto del pallone con le mani durante la gara fra Everton e West Ham, per fermare un’azione che vedeva a terra infortunato il portiere avversario Paul Gerrard, è forse il più grande gesto di lealtà sportiva che si sia visto su un campo di calcio, giustamente celebrato dall’opinione pubblica di tutto il mondo. Ma non meno degno di menzione è quel retroscena che venne fuori a margine dell’ennesimo caso italiano di calcio scommesse, nell’estate del 2005. In quell’occasione, due degli inquisiti (Francesco Flachi e Fabio Bazzani) confessarono nel corso di interrogatori separati ciò che era successo intorno al derby romano del precedente mese di maggio. Quello finito 0-0 dopo una partita che le due squadre, entrambe impantanate nel fondo della classifica, praticamente non giocarono, guadagnandosi un pareggio di tutto comodo e i fischi di entrambe le tifoserie. Bazzani raccontava a Flachi che in quella partita “sette o otto giocatori s’erano messi d’accordo”, senza che però Paolo Di Canio ne sapesse nulla. E anzi, quando lo stesso Di Canio ebbe sentore in campo che qualcosa non stesse andando in modo regolare si arrabbiò vigorosamente. E con la stessa rabbia, a fine partita, andò davanti ai suoi tifosi che fischiavano. Per mostrare la maglia sudata, e urlare loro che quei fischi li rifiutava perché ce l’aveva messa tutta. Per lui un derby è sempre un derby e va giocato alla morte, e piuttosto che aggiustare un pareggio di comodo meglio retrocedere.

Ecco, davanti a quest’altro Paolo Di Canio ho sempre provato incondizionata ammirazione. Disistima totale per il fascista dichiarato, stima assoluta per l’uomo di sport. Una contraddizione? Non mi pare proprio. Col tempo ho imparato che le persone bisogna conoscerle, e valutarle per ciò che fanno. Nel corso degli anni ho visto fare cose bellissime a persone con le quali continuo a condividere poco o nulla in termini ideologici, così come mi sono imbattuto in persone ignobili che condividevano i miei valori politici. Per questo dico che ho in egual misura stimato e detestato Paolo Di Canio. E per questo l’intervista di oggi mi ha spiazzato. Perché quel Paolo Di Canio che ho stimato e detestato non lo ritrovo più.

Ho trovato invece un uomo provato. Segnato da una vicenda ipocrita dall’inizio alla fine, nella quale però gli ipocriti sono stati tutti tranne lui. E quella vicenda la conosciamo bene. Il suo allontanamento dovuto al fatto che, nel corso della campagna pubblicitaria del palinsesto di Sky Sport, l’indossare una maglia a mezze maniche ha fatto spiccare il tatuaggio con la scritta “Dux”. Da lì la protesta che è montata in rete – non c’è solo la post-verità a avvelenare il web, ma anche i moralisti dal click facile –, e la conseguente decisone presa dalla dirigenza della rete di allontanare l’ex laziale motivata da ragioni “di opportunità”. Ma per cosa? Per aver scoperto ciò che tutto il mondo sapeva da anni, e cioè che Paolo Di Canio è (era?) fascista? Perché qualcuno dalla rete ha notato un tatuaggio che in redazione avranno notato centinaia di volte prima dell’esplodere del caso? Ipocrisia al cubo, con lui soltanto a recitare come sempre la parte dell’uomo senza compromessi. Che prende e se ne va senza fare polemiche più di tanto – e che se anche le avesse fatte, ne avrebbe avuto ben donde.

Adesso, a qualche mese di distanza, Paolo Di Canio riemerge dal silenzio. E lo fa recitando un pubblico atto di contrizione. Si dice dispiaciuto e pentito. Ma pentito di che? Di essere stato se stesso? Davvero non capisco, e aggiungo che vedere una persona – qualunque persona – compiere una così severa autocritica pubblica è cosa che disturba e fa male. E so già che qualcuno salterà su a obiettare, per dire che quell’autocritica potrebbe non essere sincera ma soltanto strumentale. Fatta per recuperare uno spazio in pubblico e un lavoro di cui Paolo Di Canio si è reso conto di non poter fare a meno. A costoro che obiettano, rispondo: e se anche fosse, cosa ci trovereste di così marcio? Si fa cose ben peggiori per ragioni strumentali. Per quanto mi riguarda, nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera ho visto un uomo che ha rimesso in discussione se stesso, costretto a pagare il conto dell’ipocrisia di altri, e anche sinceramente convinto di aver fatto degli errori che non rifarebbe. Non mi interessa sapere se abbia smesso d’essere fascista. Preferirei continuasse a esserlo, ma mostrando l’inflessibilità di sempre nei comportamenti. Soprattutto, mi piacerebbe udire qualche parola – anche una sola – da quei signori di Sky che, toh!, all’improvviso si sono accorti di avere un fascista in casa e l’hanno scaricato soltanto per non rovinarsi l’immagine di political correctness. Ma i signori di Sky non parleranno. Potete giurarci.

@pippoevai
Pippo Russo
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