Inter-Milan: Trapattoni contro Sacchi e il derby come una guerra di religione
12/11/2016, 11:30
di Pippo Russo
Questo articolo è stato pubblicato ieri (http://www.panenka.org/tiempoextra/el-hombre-y-la-zona/) in versione spagnola su Panenka.org (http://www.panenka.org/). Ve lo proponiamo in versione italiana.


Finisce 0-0 ma è soltanto un caso. È il 30 aprile 1989, fra Inter e Milan si gioca il derby numero 207 che segna uno dei punti più alti nella storia del calcio milanese. La squadra nerazzurra si approssima a vincere il tredicesimo scudetto, quello “dei record”: 58 punti sui 68 in palio, 85,2%, in un’epoca dove alla vittoria vengono ancora assegnati due punti anziché tre. Dal canto suo il Milan, che ha vinto lo scudetto nella stagione precedente, si prepara a trionfare di lì a un mese al Camp Nou, vincendo contro la Steaua Bucarest la terza Coppa dei Campioni della sua storia che è anche la prima dell’Era Berlusconi. In campo il derby è bello e combattuto, e alla fine il pareggio sta bene a entrambe. C’è pure spazio per un gol-fantasma del Milan. Un potente tiro scagliato dalla lunga distanza da Carlo Ancelotti che colpisce la parte interna della traversa e rimbalza oltre la linea della porta difesa da Walter Zenga per poi tornare in campo. La sensazione del gol è netta, ma tutto avviene troppo velocemente per l’occhio umano. Nel dubbio, arbitro e guardalinee decidono che il pallone non ha varcato la linea. Le immagini riviste alla moviola diranno che era gol. Oggi, grazie alla Goal Line Technology, il dubbio verrebbe risolto all’istante.

Ma è un altro motivo a rendere particolare quel derby. C’è che sul campo del Giuseppe Meazza si confrontano non soltanto due grandi squadre di calcio, ma molto di più. Si scontrano due filosofie di gioco, due etiche del lavoro, due opposte visioni del mondo, persino due ideologie. E questo complesso di dialettiche sovrapposte prende la forma geometrica della contrapposizione fisica tra forze, come si trattasse di una tenzone cavalleresca o di un duello western. Da una parte c’è la squadra guidata da Giovanni Trapattoni (nella foto di rai.tv), allenatore simbolo del calcio all’italiana. Dall’altra c’è la squadra guidata da Arrigo Sacchi, portatrice di un’idea “altra” di calcio, orgogliosamente discontinua rispetto alla tradizione nazionale. L’Inter rappresenta coloro che assegnano il primato alla forza della difesa, alle qualità dei singoli come motore del rendimento collettivo, al risultato come conseguenza della forza morale e della motivazione. Il Milan rappresenta coloro che privilegiano il gioco d’attacco e l’organizzazione di squadra rispetto alla quale anche il singolo più talentuoso deve uniformarsi, e il gioco come sola premessa per raggiungere il risultato. Compiendo una schematizzazione estrema, a confrontarsi sono la Tradizione e il Progresso, la Conservazione e il Mutamento. Ma rimanendo a una terminologia calcistica la vera dialettica, quella di cui l’Inter trapattoniana e il Milan sacchiano sono una rappresentazione in miniatura, è la contrapposizione fra Calcio a Uomo e Calcio a Zona. Una linea di faglia che per il decennio degli Ottanta spacca in due il calcio italiano dando luogo a una vera Guerra di Religione.


Il cauto cambiamento nella conservazione

Fuori dall’Italia non potete capire il senso di tutto questo. Non riuscite nemmeno a comprendere il rapporto fra noi italiani e il calcio, un legame talmente forte da poter essere il capitolo centrale della nostra Autobiografia della Nazione. E in verità anche noi italiani ci abbiamo messo il nostro, non facendo tutto ciò che avremmo potuto per farci capire. Tanto più che in quella precisa fase storica stentavamo a comprendere noi stessi e il mutamento che stavamo attraversando. Uscivamo dagli anni Settanta in piena crisi economica e devastati dai terrorismi rosso e nero, e entravamo nel nuovo decennio pensandolo come se fosse un’estensione del precedente. E il nostro calcio, capitolo centrale dell’autobiografia della nazione, era in piena crisi d’identità. I club stentavano nelle competizioni europee. E quanto alla nazionale azzurra, le cose andavano persino peggio. La figuraccia rimediata ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest aveva obbligato i dirigenti federali a avviare una difficile rifondazione, che il buon comportamento ai Mondiali del 1978 in Argentina aveva fatto sembrare compiuta. Ma poi c’era stata la delusione degli Europei del 1980 giocati in casa, i primi con la formula della fase finale a gironi. E ad aggiungere pessimismo, quello stesso anno, era arrivato il primo scandalo del calcioscommesse coi calciatori arrestati negli spogliatoi a fine partita. La vittoria della nazionale di Enzo Bearzot ai Mondiali di Spagna 1982 giunse inattesa in tutti i sensi, e dentro il capitolo centrale dell’autobiografia della nazione può essere raccontata come il momento in cui il Paese si risolleva e va a vivere una seconda stagione di prosperità dopo il boom economico degli anni Sessanta.
Soltanto più avanti, con l’inizio dei Novanta, ci si comincerà a chiedere se quella degli Anni Ottanta sia stata davvero prosperità o se piuttosto il Paese non abbia vissuto un decennio al di sopra delle proprie possibilità. Ma quando l’ondata di benessere arriva non c’è spazio per questi interrogativi da grilli parlanti. Il desiderio di vivere una fase espansiva dopo il decennio di piombo è troppo grande. In quei dorati anni Ottanta il calcio è la più luccicante vetrina della ritrovata grandezza italiana, e la nazionale di Bearzot ne è l’avanguardia. La squadra azzurra acquisisce quel ruolo anche grazie a una prudente innovazione tattica rispetto alla tradizione nazionale: la cosiddetta “zona mista”, cioè una via di mezzo fra marcatura a uomo e marcatura a zona che secondo la narrazione post-mondiale si rivela l’arma vincente. In realtà la zona mista è soltanto un’invenzione linguistica che serve a dare una riverniciata alla sana scuola difensiva italiana. I difensori di quella nazionale sono marcatori a uomo, e fra i più collaudati al mondo. A prendere in consegna il centravanti avversario provvede Fulvio Collovati che di mestiere fa lo stopper, un ruolo tutto italiano a partire dall’incerta origine linguistica. E poi c’è il feroce guardiano dell’attaccante più talentuoso schierato dalla squadra avversaria: Claudio Gentile, libico di nascita ma italianissimo per stimmate calcistiche. È opera sua lo strappo della maglia numero 10 di Zico nel corso del leggendario Italia-Brasile 3-2 disputato al Sarrià. E pochi giorni prima era stato ancora lui a addomesticare il Diego Armando Maradona in versione minore di quei mondiali. Quel giorno il Pibe de Oro ebbe un anticipo di ciò che lo avrebbe atteso una volta approdato nel campionato italiano: ogni domenica un guardiano diverso, pronto a mordergli le caviglie e a mangiargli il respiro di bocca. Una persecuzione settimanale che portò il fuoriclasse argentino a sbottare una domenica pomeriggio di gennaio 1987. Il Napoli aveva da poco battuto con fatica il Brescia allo stadio San Paolo, e il calciatore più grande di sempre esternò la propria rabbia contro Alessandro Chiodini, difensore di cui quasi nessuno conserva più il ricordo nemmeno in Italia e che quella domenica lo massacrò con metodo e dedizione. “È il peggior difensore del mondo, e non capisco proprio come possa esistere della gente che va in campo col solo scopo d’impedire a qualcun altro di giocare” dichiarò ai giornalisti. E al di là dell’opinione su Chiodini (facendo una ricognizione storica sui difensori, anche non soltanto italiani, si trova di molto peggio), Maradona quel giorno sbagliò clamorosamente l’argomento. Riducendo il marcatore a uomo come una mera figura dell’anti-calcio egli sminuì un’arte che come molte arti si vedrà riconoscere dignità soltanto dopo l’estinzione. Parlo dell’arte del marcamento, un talento appreso grazie a lunghi anni d’applicazione e sacrifici. Da quel lungo apprendimento veniva fuori l’abilità per un mestiere assolutamente ingrato, eppur indispensabile per qualsiasi equilibrio di squadra. Ma adesso sto divagando, e urge tornare al tema di cui qui ci si occupa.
Tornando all’invenzione linguistica della zona mista, essa è motivata da una tensione del calcio italiano di rinnovare la sua identità tattica nel solco della conservazione. Il calcio italiano attraversava una fase in cui sentiva il cambiamento come un bisogno più che come una vocazione, e dunque cercava un cauto spostamento in avanti che allontanasse la prospettiva della rivoluzione. E a dare una grande pressione c’era il fatto che quella rivoluzione stesse già germinando in casa, e avesse un nome ben identificabile: marcatura a zona.

L’eresia di Nils Liedholm

Fare la storia dei primi esperimenti di marcatura a zona in Italia significa mettersi in cerca di tracce vaghe, forse nemmeno granché pertinenti. Nel corso degli anni Settanta qualche esperimento si verificava qua e là, ma forse erano solo piccole variazioni rispetto alla marcatura a uomo che oggi si stenterebbe a etichettare come zona. C’è invece un po’ più di convinzione nel dire che il Torino di Gigi Radice, quello che nel 1975-76 vinse l’ultimo scudetto della storia granata, ne avesse avviato i primi esperimenti. E un anno dopo, campionato 1976-77, ci fu un dichiarato esperimento di zona. Lo attuò Pippo Marchioro al Milan, e fu un disastro. La squadra scivolò in zona retrocessione, e alla fine del girone d’andata Marchioro venne esonerato. Al suo posto fu chiamato il santone milanista Nereo Rocco, uno dei massimi teorici del calcio all’italiana e anche piuttosto anziano. E si trattò d’un forte segnale di ritorno al passato. Ma la restaurazione italianista al Milan durò solo sei mesi, il tempo necessario a raggiungere una faticosa salvezza. Nella stagione successiva la società rossonera affidò infatti la panchina all’allenatore che in modo più deciso aveva adottato il calcio a zona nel campionato italiano, e che sarebbe stato il vero artefice dell’eresia, colui che pose le basi per la rivoluzione protestante nel calcio nazionale: Nils Liedholm. Lo svedese aveva già condotto esperimenti d’innovazione tattica alla guida del Varese e della Fiorentina, e poi nei quattro anni alla guida di una Roma priva di grandi ambizioni aveva affinato filosofia e metodi. Giunto al Milan riportò la squadra in alto, conquistando un quarto posto nella stagione 1977-78 e lo scudetto della Stella (che in Italia viene assegnata ogni dieci campionati vinti) nel 1978-79. Ma fu soprattutto col ritorno alla Roma che l’eresia di Liedholm prese definitivamente forma. Lasciato il Milan subito dopo aver vinto il campionato, lo svedese fece una prima stagione interlocutoria con la squadra giallorossa nel 1979-80, ma poi l’anno dopo sfiorò lo scudetto in un appassionante testa a testa con la Juventus. E lo fece portando in giro per l’Italia il calcio a zona, che per la prima volta smetteva d’essere visto come un esperimento da eccentrici innovatori per trasformarsi in una filosofia di gioco vincente e innovativa. Nel 1982-83, la stagione successiva al trionfo della nazionale azzurra ai Mondiali di Spagna, la Roma di Liedholm regalò al popolo giallorosso il secondo scudetto della sua storia, atteso da oltre quarant’anni. E a quel punto la frattura ideologica era dichiarata: la nazionale aveva vinto giocando un calcio a uomo leggermente corretto, mentre la prima squadra della capitale aveva vinto il campionato e per la prima volta dava voce a tutte quelle squadre che nei campionati inferiori si stavano convertendo al nuovo verbo. Soprattutto, i successi di quella Roma e l’altissima qualità del suo gioco alimentarono un grande equivoco: che il calcio giocato a zona fosse di per sé calcio spettacolare, contrapposto all’avarizia stilistica del calcio a uomo. Si tratta di un equivoco che sarà molto difficile da dissolvere. Soltanto negli anni Novanta, quando la Guerra di Religione sarà conclusa con la vittoria della Riforma Protestante, ci si renderà conto che si può giocare un calcio da schifo tanto a uomo quanto a zona. E che anzi giocando zona contro zona si può dar vita a noiosissime gare a scacchi, in cui il calcio si trasforma in un bolso esercizio tecnocratico. Altri sono i fattori da cui dipendono il tono spettacolare e la piacevolezza estetica di una partita: la qualità dei calciatori, l’atteggiamento delle squadre, le circostanze di gara. Tutte cose che non dipendono dai sistemi di gioco e dalle scelte tattiche. Eppure ancora a metà degli anni Novanta c’era chi sosteneva che la Zona fosse premessa di spettacolo. Sciocchezza perniciosa spacciata per verità di fatto.
Intanto Nils Liedholm continuava a portare in giro per l’Italia la sua eresia e a fare proseliti. Dopo aver vinto lo scudetto con la Roma sfiorò la Coppa dei Campioni, persa ai rigori contro il Liverpool al termine di una finale giocata in casa. E a quel punto tornò al Milan, dove pose le basi della squadra che Arrigo Sacchi porterà al successo in Europa e nel mondo. Nessuno mai ha riconosciuto a Liedholm questi meriti. Succede spesso così ai veri rivoluzionari.


Destra o sinistra?
Fra le tante fesserie scaturite sull’equivoco secondo cui la Zona sarebbe garanzia di calcio spettacolare e qualitativamente elevato, c’è stato anche il dibattito sulla collocazione politica delle due filosofie di gioco sul tradizionale asse Destra-Sinistra. In particolare, si cimentò su questo tema un vicedirettore della Gazzetta dello Sport, Alfio Caruso. Che è raffinato intellettuale e scrittore, ma in quell’occasione sbagliò clamorosamente l’analisi. Si era nel pieno della Guerra di Religione, e Caruso espresse la tesi secondo cui il calcio a zona sarebbe “concettualmente di destra”, perché fondato sul gesto aristocratico e sul possesso di un talento superiore che bacia soltanto gli Eletti –ecco qui le nefaste conseguenze del pregiudizio sulla spettacolarità della Zona –, mentre invece il calcio a uomo sarebbe “concettualmente di sinistra” perché fondato sul sacrificio e lo spirito di abnegazione che sono doti d’estrazione operaista. Se devo dire la mia, mi pare che le cose stiano esattamente all’opposto. Il calcio a uomo, con la sua esaltazione dell’individualismo e la logica del duello “uno contro uno” da vincere con una dimostrazione di forza, richiama l’immaginario di ogni possibile destra, da quella liberista a quella fascista. Viceversa, la zona riflette in modo molto fedele gli ideali socialisti del mutualismo, della divisione del lavoro, e dell’emancipazione individuale attraverso l’appartenenza al gruppo organizzato. E aggiungo che proprio il carattere socialista della zona ci rivela quanto i sistemi socialisti, se applicati radicalmente, rischino la deriva dell’insensatezza burocratica se non dell’autoritarismo tecnocratico. Per spiegare, cito un altro esempio che risale al 1995, cioè a un’epoca in cui ormai la Zona ha vinto sull’Uomo facendo trionfare la Rivoluzione Protestante in Italia. Si gioca Lione-Lazio di Coppa Uefa, e sulla panchina della squadra romana siede uno dei santoni italiani della Zona, Zdenek Zeman. A metà del primo tempo, col Lione in vantaggio 1-0, succede che l’attaccante croato Allen Boksic prende palla sul limite dell’area avversaria, e piazza uno scatto che dalla zona di centro-sinistra lo porta sul fondo del campo a destra. Tutti e quattro i difensori francesi provano a braccarlo come una muta di cani farebbe con una lepre, ma non c’è modo di fermarlo. Boksic arriva sul fondo e effettua un cross perfetto per Winter, che piazzato oltre il secondo palo non ha difficoltà a segnare di testa. Uno a uno. E mentre il Lione rimette la palla al centro, Boksic si sente richiamare in prossimità della panchina da Zeman. Che invece di complimentarsi con lui per la prodezza, lo rimprovera perché ha osato l’azione individuale anziché applicare lo schema. E per il calcio completamente razionalizzato della zona, la prodezza individuale è nulla più che disobbedienza. Ecco l’insensatezza del Socialismo Reale.


Una generazione perduta

Adesso che guardiamo indietro a quel tempo, anche noi italiani troviamo che il conflitto fra Uomo e Zona sia stato qualcosa d’isterico. Si era dentro un passaggio di mutamento sociale e culturale che stava investendo il Paese intero, ma si è voluto fare di ciò l’oggetto di uno scontro tra fazioni che non ha risparmiato episodi sgradevoli. E ora che la Zona ha vinto, rimane un’eredità. Di essa ha parlato Claudio Gentile, che dopo essere stato uno dei massimi rappresentanti della scuola italiana dei marcatori a uomo è diventato allenatore. Ai tempi in cui allenava la nazionale Under 21, Gentile ha lanciato un allarme: i ragazzi che crescono nei settori giovanili, educati a giocare soltanto a zona, hanno completamente perso la capacità di difendere. Si muovono diligentemente secondo la logica del reparto, giocano la palla con buona tecnica, applicano bene il pressing e il fuorigioco, ma hanno perso il senso dell’uomo che permetterebbe loro di arginare con più efficacia il pericolo. La scuola italiana dei difensori, un’eccellenza nazionale, è perduta. Il calcio di questo Paese ha ammazzato la propria identità. E forse ce lo siamo anche meritato.

@pippoevai

Pippo Russo
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