Italianglobalstyle: dai problemi di Mazzarri al maniaco Conte, fino al 'silenzio poliglotta' di Guidolin
05/01/2017, 18:05
di Fernando Pernambuco
“Te la senti Walter?” “Me la sento”. E quando fu davanti a Okaka gli chiese: “Why do you came from?” “Mister - rispose il giocatore - parliamo italiano. E’ meglio”. Mazzarri non era al suo esordio in lingua inglese. Ci lavorava da un po’, ma le cose non andavano bene. Lui disse che con Okaka si era inteso benissimo, ma non confessò che dal mazarenglish era passato direttamente al toscano della costa. Ci riprovò con altri della rosa, poi qualcuno gli fece notare che la sua domanda equivaleva a un “Perché vieni da dove?”. Quelli rispondevano in inglese “Non lo so” oppure “Per giocare a calcio” e Mazzarri si spazientiva perché la parola “football” la intendeva, ma non capiva né il luogo di nascita, né la squadra precedente degli interpellati. Non che ce ne fosse bisogno, però era per fare amicizia e rompere il ghiaccio.

Non sappiamo come se la cavi con l’inglese Ranieri, ma ricordiamo gli indimenticabili “Strunz” e “cat” di Trapattoni, la sua foga condita da un tedesco espressivo e barbarico al tempo stesso. Malesani, invece, quando allenava il Panathinaikos avrebbe potuto tranquillamente parlare in greco, senza affidarsi ad una intimidita traduttrice: la veemente conferenza stampa contro la propria squadra era, in pratica, composta da una sola parola, “cazzo”, intervallata da qualche “coglioni”.

Probabilmente non c’è alcun bisogno che gli allenatori italiani, quando danno gli esami a Coverciano, dimostrino di saper masticare un po’ d’inglese. No, per chi ama un po’ di avanspettacolo è di gran lunga meglio sentire i nostri connazionali che si arrampicano sui vetri, tentando parlate arcaico internazional vernacolari alla Totò o alla Alberto Sordi. Un francese in cui si dice “veramon” per “veramente”, un inglese alla Nando Mericoni detto “Sainti Bailor”, ci fanno sentire ancora in un Italia provinciale, ma amica, mentre fuori imperversa il calcio globale dei Suning, degli sceicchi, dei Doyen, dei Bee Taechaubol, dei Galatioto, della Sino Europe, di Chen Huasan, della girandola di caparre sì, caparre no, dei soldi thailandesi, cinesi, arabi, kazaki…

Nel frullato globale in cui siamo irrimediabilmente finiti, ci fa piacere sentire ancora qualche eco della commedia all’ italiana che fu. Certo c’è sempre qualcuno che ci rovina. Vedi Ancelotti, consumato globe-trotter, Mancini, Vialli, ma soprattutto Conte, un vero primo della classe, che non ha avuto bisogno di anni per parlare inglese: maniacalmente e puntigliosamente aveva studiato prima del suo arrivo a Londra. Benissimo, dal punto di vista del lessico e della pronuncia, anche Guidolin: nel Galles, sapeva stare zitto esattamente come faceva in Italia: ha espresso un perfetto silenzio poliglotta.  
Fernando Pernambuco
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