Juve: da Conte alla Supercoppa, ecco perché Allegri non piace ai tifosi
12/01/2017, 14:34
di Fernando Pernambuco
Non basta vincere per piacere a tutti o quasi. O meglio, dipende in quale squadra si è. Se sei al Napoli uno scudetto ne vale dieci; alla Roma idem. All’Inter e Milan di oggi basterebbe entrare in Champions; alla Lazio battere la Roma, all’Atalanta fare come il Sassuolo lo scorso anno… Insomma, banalmente, tutto è relativo. Tant’è che alla Juve, ai suoi tifosi, non basta Allegri. Periodicamente, tra un record e l’altro, si rincorrono voci d’addio; puntualmente, si ripetono dichiarazioni sibilline. Non sono sufficienti due scudetti di fila, una marcia sicura verso il terzo, un ottimo girone di qualificazione in Champions, una Coppa Italia.

E’sufficiente uno scivolone (grave per il calcio globalizzato) come quello della Supercoppa per cominciare a sentire i soliti sinistri scricchiolii. E non sono gossip o intrallazzi mediatici: Allegri, se pur vincente, sta sulla graticola.
Sembra un paradosso, ma poi nemmeno tanto: chi più vince, più vuole vincere e le vittorie ottenute, si dimenticano in fretta. E’ la bulimia che attanaglia ogni tifoso, soprattutto quello delle squadre che primeggiano. Viceversa, chi poco ha, poco pretende. Il tiepido amore che circonda il tecnico labronico, pur vincente, parte da questo presupposto, ma deriva comunque da più cause.
 
La prima è di ordine storico: il paragone con Conte. Allegri arriva in una corazzata, che il tecnico  pugliese (e non solo lui: anche un cambio presidenziale) aveva saputo forgiare, utilizzando lo scafo di una bagnarola ammaccata, dopo una  stagione all’inferno e un galleggiamento nell’oceano della mediocrità. L’allenatore livornese è stato bravo, ha tenuto la barra dritta, ha immesso lentamente le sue idee in una macchina vincente per non snaturarla, ma l’entusiasmo non era più quello. E’ come se il destino gli avesse imposto di fare il minimo sindacale (la vittoria degli scudetti) per poter restare. Un minimo, che, a ben vedere, è  il massimo.
 
Invece no, e questa è la seconda ragione, non è il massimo. Il massimo, per la Juve si chiama Champions. Tifosi, Società, Presidente, sarebbero disposti a barattare 2, 3 scudetti pur di avere la Champions. Un po’ perché dopo molti anni è diventata una fissazione, un po’ perché primeggiare in Italia con 10, 12, 15 punti di vantaggio ad ogni campionato è un ritornello “sempre uguale” e alla lunga può perfino annoiare, un po’ perché il calcio globale (premi UEFA, sponsor, tifosi nel mondo, “merchandising”) ha superato nettamente i confini nazionali. E, invece, Allegri che ti fa? Vince tutto in patria, arriva magari in finale in Champions, ma perde le due Supercoppe, capaci di dare una visibilità internazionale alla squadra: a Doha tre quarti dello stadio, vestito da kandure, djellabah e shumagg  portava sciarpe bianconere e se ne è uscito visibilmente mogio.
 
Terza ragione: la squadra vince, ma non convince. Non sviluppa un gioco armonico, troppo spesso si adatta agli avversari, sembra mancare del coraggio dei forti. E’ vero, ha un evidente problema a centrocampo, che in Italia si riesce a rattoppare, ma in Europa? Allegri pare troppo passivo rispetto alla volontà della Società e se la Juve di oggi ha un centrocampo più debole rispetto a quello di ieri con Pogba e Vidal, molti danno la responsabilità a lui, apparentemente incapace di dire no, sempre pronto a dire sì alle scelte societarie.
 
Quarta ragione, la più irrazionale e nascosta, ma forse la più forte. Allegri non è un passionale. Ogni tanto s’infuria, imbocca stizzito la via dello spogliatoio, ma  predica la sua famosa “halma” (un tormentone sfottitorio tra gli stessi tifosi bianconeri), cerca l’equilibrio, bada soprattutto al risultato. Troppo buon senso, troppa quiete, spesso scambiate per grigiore e banalità. Quasi una bonaccia, che non ti fa affondare, ma ti strema nel mare della tranquillità. Ecco, molti gli rimproverano, senza avere il coraggio di dirlo, la mancanza di passionalità che fa rima con pavidità. Tutto l’opposto di quel passionale sanguigno di Conte, che urlava prima, durante e dopo, che si muoveva come un ossesso, che incitava, novello Garibaldi, la folla juventina a fare l’ola, che voleva anche allo Stadium migliaia di magliette bianconere sugli spalti. Conte, talvolta esagerava nei toni, nella permalosità, nell’isteria. Ma tutto si traduceva in passione bianconera. Allegri esagerò solo sul caso Muntari (a cui è seguito un pentimento pubblico) quand’era sull’altra sponda, evocandolo per almeno una decina di giornate. Sì, capitani di ventura entrambi, come tutti i professionisti, ma volete mettere uno stratega da bonaria scrivania rispetto a un trascinatore con la durlindana sguainata?
 
Eppure, a ben guardare, Allegri è quello che potrebbe essere definito un carattere “resiliente”, esattamente come la sua squadra. La resilienza è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Una gran qualità, che in psicologia si traduce  con la facoltà individuale di affrontare e superare un evento traumatico. Con molti mezzi, anche quello della pazienza e dell’adattamento. Ecco: resilienti, lui e la sua Juve, come se dovessero aspettare sempre un colpo prima di reagire. E reagire bene. Razionalmente equilibrati, capaci anche di subire, al limite del non osare pur di ottenere il risultato.

E’ questa troppa saggezza, questo calcolo bilanciato, l’eccesso di realismo, che non scalda i cuori juventini. Insomma, vincere non basta, parlare alla mente non basta; anche il cuore ha una voce e bisogna saperlo fare battere.
Fernando Pernambuco
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