Juve, cosa cambia da Conte ad Allegri
28/11/2016, 09:30
di Marco Bernardini
Nel calcio contemporaneo la professione dell’allenatore che vuole essere superiore alla media è differente da quelle per definizione normali. Così come per il fuoriclasse o per il campione di razza vocato per destino e per Dna a volare almeno una spanna sopra il gruppo composto da onesti lavoratori, la figura del mister speciale comporta il possesso di una qualità molto particolare che può essere definita lucida follia

Ricordo ciò che mi disse un giorno Giovanni Trapattoni mentre facevamo colazione in una gasthouse di Monaco di Baviera, la città dove lo avevano chiamato per allenare il Bayern. “L’altra mattina, negli spogliatoi prima della partita, ho urlato ai ragazzi che avrebbero dovuto entrare in campo con il coltello tra i denti. L’ho detto in italiano e, dopo che l’interprete aveva tradotto quella mia frase, ho visto nello sguardo di tutti i miei giocatori un’espressione di perplessità e di sgomento. Evidentemente, da buoni tedeschi non abituati a ragionare per sensi figurati, avevano pensato di dover prendere alla lettera quelle mie parole. Il che, lo posso capire, per loro era imbarazzante”. 

Che cosa il Trap intendesse dire con quel suo proclama è facilissimo capire. Ma una frase del genere, per persone dotate di poca fantasia e di cultura squisitamente empirica, è naturale che fosse complicata da assimilare. Strada facendo anche i “ragionieri” bavaresi impararono a decodificare il linguaggio simbolico del loro tecnico con i risultati apprezzabili riconosciuti dalla storia del calcio internazionale. Un lessico non comune che prevede una mentalità altrettanto speciale e in ogni caso un modo di proporsi al gruppo differente da quelli che solitamente vengono insegnati, per quel che riguarda il calcio italiano, all’Università per allenatori di Coverciano. Una scuola dalla quale Massimiliano Allegri è uscito con il massimo del voti. 

Sulle qualità professionali del tecnico bianconero non vi possono essere dubbi. Tecnicamente e strategicamente il mister livornese non ha nulla da dimostrare a nessuno. Peraltro è anche un galantuomo il che non guasta. Sa quello che fa e, soprattutto, conosce alla perfezione anche tutti i suoi limiti che vanno a fare il paio con le sue competenze. Il guaio, per Allegri (e lui non ne può niente) è quello di essere capitato in una società e in una squadra per le quali la normalità non è la regola, ma piuttosto una negativa eccezione possibilmente da non frequentare. 

Per una qualunque squadra italiana impegnata nel nostro campionato perdere con il Genoa una partita nata male e finita peggio fa parte della normale routine di un torneo dove non tutte le ciambelle possono uscire con il classico e tradizionale buco. Uno o più scivoloni, nel corso di un viaggio così lungo e pieno di insidie, non deve scandalizzare nessuno. E’ accaduto e accade allo stesso Barcellona, in Spagna, così come ad altre corazzate inglesi o tedesche. 

Il problema, a mio avviso, non sta nella sconfitta ma scritta e televisivamente palese nei volti dei giocatori bianconeri. Nelle loro espressioni identiche sia durante il disastroso avvio punitivo e sia nel corso di quella che avrebbe dovuto rappresentare la riscossa o almeno il suo tentativo. Non avrei dovuto, ma l’ho fatto ugualmente. Ho voluto paragonare i volti e le espressioni dei giocatori del Chelsea fissate dalle telecamere durante il ritorno in campo dopo il primo tempo subito dagli avversari del Tottenham con quelle dei bianconeri impegnati a giocarsi la ripresa con il Genoa. Ebbene nei ragazzi di Conte erano scolpiti gli occhi della tigre. In quelli di Allegri, dopo lo sguardo un po’ troppo presuntuoso del primo tempo, c’era l’espressione della sorpresa e della paura. 

Al che, fatalmente, mi sono lasciato andare verso ricordi molto specifici e dettagliati. Quando sulla panca della Juve sedeva quel “matto” di Antonio e quando i bianconeri nel giro di venti o trenta minuti riuscivano a ribaltare situazioni che parevano irrimediabilmente compromesse. Evidentemente essere soltanto degli ottimi professionisti e degli eccellenti strateghi  da tavolino nel calcio non è sufficiente. Perlomeno può esserlo se si è chiamati a gestire situazioni che fanno parte della normalità. Una regola che non può riguardare una squadra speciale come la Juventus la quale, per amore o per forza, è destinata a dare sempre qualche cosa in più delle altre. Un qualcosa che, con ogni probabilità, è figlia  anche di una “sana e lucida follia, trasferibile nello spogliatoio da mister a giocatori  svanita con la partenza di Conte. Quel “matto” il cui ricordo nel popolo bianconero non può fare a meno di scatenare una sottile quanto purtroppo inutile nostalgia. 
 
Marco Bernardini
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