La Juve è più forte, il Milan migliore: così Montella si merita la Supercoppa
24/12/2016, 00:01
di Giancarlo Padovan
Il Milan gioca semplicemente meglio della Juve e vince, seppure ai calci di rigore (5-4), la Supercoppa italiana, primo trofeo di Vincenzo Montella in carriera, ultimo dell’era Berlusconi milanista. Cinque anni fa a conquistarlo, con i rossoneri, era stato Massimiliano Allegri. Questa volta lo stesso Allegri l’ha perso con la Juve e la responsabilità non può non essere anche sua. L’accusa principale è di aver messo in campo una squadra scarica e stanca che, dopo il vantaggio di Chiellini, ha pensato di replicare la partita con la Roma. Cioé gestendo il possesso e attuando una fase difensiva rigorosa.
 
Non è andata così. Sia perché il Milan aveva altra voglia rispetto alla Juve (e alla Roma del campionato), sia perché Montella ha allargato il fronte del gioco azionando gli elementi che hanno più qualità individuale: Suso e Bonaventura. E’ stato il primo, infatti, prima a crossare splendidamente per la torsione di testa del secondo, che è valsa il pareggio. Poi Suso ha messo perennemente in croce il diretto marcatore Evra, entrato al posto dell’infortunato Alex Sandro. Il cambio, disastroso, non può essere ascritto alle scelte di Allegri (era obbligato), tuttavia quando è entrato Lemina al posto di Sturaro la situazione è addirittura peggiorata. E il Milan, da quella parte, ha sfondato sistematicamente. Se Bacca fosse stato più preciso la partita si sarebbe chiusa già nei tempi regolamentari.
 
Successo, quindi, più che legittimo per il Milan di fronte ad una Juve prevedibile. Per renderla più competitiva Allegri avrebbe dovuto scegliere Dybala da affiancare a Higuain (solo e mal servito) o azzardare quanto fatto nel secondo tempo: l’uscita di Pjanic, ormai un equivoco tattico e tecnico,  per fare spazio al giovane argentino. E, nonostante Montella gli abbia messo addosso Bertolacci, Dybala ha di molto migliorato la partita della Juve, tentando anche la conclusione da lontano. Ora molti si sono chiesti perché Allegri non lo abbia schierato dal primo minuto, a maggior ragione in una squadra che veniva dalla battaglia fisica con la Roma.
  
E’ stata una finale aperta e combattuta. La Juve l’ha dominata nei primi venti minuti, poi il MIlan - tra il primo e il secondo tempo - le è saltato in groppa e per un’ora ha fatto meglio da tutti i punti di vista: corsa, circolazione della palla, cambi di gioco e affondi sugli esterni. Dove i rossoneri volavano (Suso da una parte e Bonaventura dall’altra), la Juve pativa le pene dell’inferno, mancando del tutto rientri e raddoppi. Anche Lichtsteiner, oltre ad Evra, era sempre in ritardo sulle uscite. Il Milan ha colpito anche una traversa con Romagnoli (inizio di ripresa), dimostrando che nel gioco aereo avrebbe potuto far male all’avversario. In effetti solo l’imprecisione di Bacca ha fatto saltare l’appuntamento con il vantaggio. 
 
Gara che, nonostante le tante opportunità, non si è sbloccata trascinandosi ai supplementari. Bacca, ancora una volta, ha avuto la chance migliore: grave, dopo il tiro respinto da Buffon, la volontà di stoppare (favorendo il ritorno di Chiellini), anziché la botta a colpo sicuro. Anche la Juve, con Dybala, avrebbe potuto segnare, ma l’argentino ha spropositato alto. I rigori hanno fatto trionfare chi meritava di più. Nel Milan ha sbagliato subito Lapadula (il primo, parato da Buffon), poi hanno segnato tutti: Bonaventura, Kucka, Suso e Pasalic. Per la Juve errori di Mandzukic (traversa alta) e Dybala (grande parata di Donnarumma). A segno, invece, Marchisio, Higuain e Khedira. 
  
Alla premiazione dei battuti sorrisi - un po’ eccessivi - di Allegri che, con una dichiarazione un po’ inverosimile, ha detto di non sentirsi battuto. A consolarlo, forse, un precedente: quando l’Inter di Mourinho fece il triplete (quello vero), perse la Supercoppa dalla Lazio, guidata da Ballardini. Può darsi che quella storia si ripeta. Nel frattempo, però, il primo trofeo dell’anno lo alza il Milan. Meno forte della Juve, ma, per la seconda volta in stagione, migliore sul campo.
Giancarlo Padovan
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