Luigi Tenco, il mistero di un suicidio e le inutili battaglie di Sandro Ciotti
07/01/2017, 12:30
di Marco Bernardini
Oggi la città di Genova si riunirà collegandosi con spazi diversi dove verrà celebrata la figura di un suo figlio adottivo che visse una vita molto breve e tormentata come cantautore pur essendo lui un autentico poeta. Cinquant'anni fa, in una stanza dell'Hotel Savoy di Sanremo, veniva trovato il corpo ormai freddo di Luigi Tenco. A fianco del letto, le gambe divaricate, vestito ancora da sera e una pistola a pochi centimetri dalla mano. Un bigliettino sulla scrivania: "Non posso sopportare un mondo che in un festival della canzone fa vincere 'Io tu e le rose' e boccia la mia". Una dichiarazione di resa tanto sciocca e banale che non poteva essere stata neppure pensata da un ragazzo colto, intelligente e profondo come lui. Un testamento "fasullo" dietro il quale si sarebbe in realtà nascosta la verità di un assassinio "politico" mascherato maldestramente da suicidio. Nessuno nel tempo riuscirà a provare quella "frode". Il dubbio resterà per sempre. 

Fu questa, per anni, la tesi portata avanti da Sandro Ciotti. Un giornalista tra i più preparati sia in materia sportiva e sia in chiave musicale, oltreché esperto affabulatore di umanità assortita. Fu così che la "voce" del nostro calcio intraprese una lunghissima guerra quasi personale per dimostrare la validità del suo teorema, mirato a difendere la figura di un genio della musica e della poesia ricacciando l'immagine di uno sciocco canzonettaro che la fa finita soltanto perché rifiutato da una giuria sanremese. 
Sandro Ciotti, quella notte, si trovava nella città del Festival per lavoro. Arrivò tra i primi nella stanza della tragedia, dove trovò accanto al cadavere di Tenco la sua compagna discussa e discutibile, Dalida, insieme con Lucio Dalla che non smetteva di piangere. Dirà poi che ebbe subito a notare la stranezza delle tempie di Tenco. Un foro da un lato e nessuno dall'altro. Il bossolo dunque non era uscito. Peccato che nel cranio del povero ragazzo alessandrino diventato genovese non venne trovato nessun proiettile. Così come, inspiegabilmente, non venne eseguita alcuna autopsia sul cadavere, il quale venne tumulato con inspiegabile fretta. Le tesi del complotto portate avanti da Ciotti provocarono la riapertura di altre due successive inchieste, senza che si riuscisse ad arrivare a una soluzione definitiva e accettabile. Una guerra persa dal grande giornalista sportivo che voleva giustizia per il suo grande amico poeta. Uno fra i tanti misteri italiani rimasti irrisolti. La sola guerra professionale persa da Sandro Ciotti che, nel giorno delle celebrazioni di Tenco e della ripresa del calcio giocato dopo la sosta natalizia, mi piace con orgoglio e affetto voler ricordare. 

 
Marco Bernardini
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