Luque, campione del mondo con la morte nel cuore: colpa dei colonnelli?
18/02/2017, 17:30
di Remo Gandolfi

“Mi sembra di aspettare queste giornate da sempre.

Fin da quando ho esordito in Primera con i colori del Rosario Central quasi 6 anni fa.

Anzi, forse sognavo questi momenti fin da bambino, nello spelacchiato campetto del mio barrio, Guadalupe Oeste, a Santa Fe, la mia città.

Giocare in un Campionato del Mondo di calcio con la maglia della Nazionale del mio Paese.

E perdipiù questo mondiale lo giochiamo proprio qui, in Argentina !

Cinque giorni fa abbiamo esordito contro l’Ungheria.

Squadra tosta e partita durissima.

Dopo neanche 10 minuti ci hanno fatto gol.

Non certo l’inizio sognato da tutti.

Monumental muto per un minuto … forse neanche.

Poi la nostra gente ha ricominciato a cantare, ad incitarci, a sostenerci.

Cinque minuti dopo ho segnato il gol del pareggio.

Daniel Bertoni ci ha dato la vittoria quando ormai non ci speravamo quasi più.

Quel gol però mi ha dato una carica immensa !

Ieri sera contro la Francia ho segnato io il gol della vittoria in un’altra difficilissima partita.

E che gol ragazzi !

Un siluro da quasi 25 metri.

Ma qui il sogno si è interrotto.

Pochi minuti dopo in un banale contrasto sono caduto a terra in maniera goffa.

Un dolore pazzesco al gomito destro.

I medici volevano farmi uscire.

“E’ lussato Leo !”

“Non se ne parla neanche” ho risposto loro.

Primo perché “El Flaco” aveva già fatto tutti e due i cambi e secondo perché ero convinto ci fossero i miei famigliari dentro lo stadio e non volevo si preoccupassero per me.

Ma nessuno della mia famiglia era al Monumental ieri sera.

Avevano qualcosa di molto più brutto di cui preoccuparsi.

Di vegliare il corpo di mio fratello Oscar.

Aveva solo 25 anni.

Un incidente d’auto.

Così mi hanno detto almeno …

Voglio crederci … DEVO crederci.

In caso contrario quella piccolissima fiammella che prova a farmi tornare la voglia di continuare a giocare stupide partite di calcio e che a fatica rimane ancora accesa da qualche parte nella mia anima si spegnerebbe del tutto … come spazzata dal vento che sale in questa stagione da Mar de la Plata.

Mio fratello era un feroce oppositore del regime di Videla e dei suoi sanguinari compari.

Non lo ha mai nascosto.

E “loro” lo sapevano benissimo.

Mi hanno detto che c’era tanta nebbia … guidava il camioncino che un nostro vicino di casa gli ha prestato per l’occasione.

“Non posso non vedere almeno una volta mio fratello giocare al Monumental” ha detto ai miei prima di partire.

Mio padre non ha voluto che lo sapessi.

Fino a stamattina, a poche ore dalla fine del partita con la Francia

“Leo deve giocare un Mondiale”.

“Lasciamolo in pace almeno stasera” ha detto ai miei famigliari appena ha saputo di quello che era successo ad Oscar.

Ho lasciato il ritiro.

Ora sono qua con Oscar.

Il suo corpo è carbonizzato, quasi irriconoscibile.

Voglio occuparmi di tutto io.

Non voglio che i miei genitori lo vedano così.

I militari mi hanno offerto un elicottero per arrivare qui a Santa Fè.

Che si fottano.

Non ho bisogno di loro.

E dopo non tornerò in ritiro.

Per me il Mondiale è finito.

Menotti mi ha già parlato.

Come solo lui sa fare … come un padre.

“Non ce la faccio Mister, mi dispiace” e lui ha capito.

Sono passati altri giorni.

La stretta al cuore non se ne va.

Mio padre non insiste più.

Ma accende la radio proprio mentre i miei compagni stanno entrando in campo contro l’Italia.

Il telecronista dice che i giocatori stringono un lungo striscione all’entrata nella “cancha” del Monumental.

Sopra c’è scritto “LEOPOLDO, TE ESPERAMOS”.

Inizio a piangere.

Mio padre mi abbraccia.

Non dice nulla.

Qualcosa però dentro si è mosso, qualcosa sta cambiando.

Mi chiamano al telefono Passarella e ancora Menotti.

Ma non sono pronto, ancora non ce la faccio.

Guardiamo la partita contro la Polonia, stavolta in tv.

Alla fine della partita mio padre mi guarda e mi dice “Leo, devi tornare. Ormai è andata così. Nessuno può farci più nulla”.

Un amico mi riaccompagna a Rosario, dove si trovano ora i miei compagni.

Non dimenticherò quel momento.

Tutti mi hanno accolto come un fratello.

Tutti. Nessuno escluso.

Ho sentito tanto calore, come non avrei mai immaginato.

E ora siamo qui.

E’ il 25 giugno.

E siamo in finale !

Stiamo a fatica raggiungendo con il pullman il Monumental.

La gente di Buenos Aires sembra sia tutta in strada.

Ad aspettare noi.

Ad accompagnarci, a spingerci e ad incitarci.

Nei loro occhi non c’è solo solo passione, orgoglio ed entusiasmo.

C’è qualcosa di diverso.

Forse si chiama SPERANZA.

La speranza che possiamo essere noi, una squadra di calcio, a portare un po’ di luce nelle loro vite.

Nel buio di questi terribili anni per l’Argentina.

Sono in tanti a piangere un famigliare o un amico in questi anni.

Qualcuno che non rivedranno mai più.

Ne da vivo ne da morto.

E allora andiamo avanti.

Infiliamoci maglietta, scarpe e pantaloncini e proviamo a regalare un sorriso a chi, da anni ormai, non sorride più …

 

 

Leopoldo Luque vincerà insieme ai suoi compagni il campionato del Mondo, il primo conquistato dagli argentini.

“El Pulpo” diventerà uno dei più grandi attaccanti del calcio argentino, vincendo 5 campionati nel suo Paese, tutti con il River e tutti tra il 1975 e il 1980, anni nei quali Luque ha militato con i Millionarios, in quel periodo una delle più forti squadre del  Sudamerica.

In quel Mondiale Luque, che ricordiamo saltò due partite, a detta di molti sarebbe probabilmente stato lui il capocannoniere di quei Mondiali, rubando così la scena al pur grandissimo Mario Kempes, autentico mattatore di quell’edizione.

Resta il fatto che la sua grinta, il suo dinamismo, la sua tenacia e un tiro di una potenza devastante, ne hanno fatto un mito assoluto per i tifosi argentini.

Suo fratello, giusto ricordarlo, fu effettivamente vittima di un incidente automobilistico provocato probabilmente dalla fittissima nebbia che in quelle prime ore del mattino il povero Oscar incontrò nel suo tragitto tra Santa Fè e Buenos Aires.

Infine ricordiamo che Leopoldo Luque fu uno dei pochissimi ad incontrare le madri di Plaza de Mayo e anche uno dei pochi a riconoscere che il clima in quei Mondiali era assolutamente intimidatorio e che, anche se non nella efferatezza che emerse in seguito, “sapevamo tutti che i Militari non ci stavano raccontando la verità”.

 
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Fondamentale chiarire che la prima parte raccontata in prima persona è totalmente frutto della fantasia di chi scrive questo Blog anche se raccolta e ispirata da diverse interviste e articoli sul Luque e su quel terribile periodo della storia argentina.


www.futbolquepasion.com
 


Remo Gandolfi
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