Malfitano, continua la moda vigliacca di prendere di mira il giornalista
06/03/2017, 20:00
di Pippo Russo
Un altro giornalista vittima di intimidazione. Stavolta è toccato a Mimmo Malfitano, corrispondente da Napoli per la Gazzetta dello Sport. Ma poteva succedere a chiunque e ovunque, sicché se qualcuno avesse intenzione di fare la solita tirata contro il “clima irrespirabile di Napoli” è pregato di astenersi. Piuttosto, c’è da sottolineare che non per la prima volta Malfitano si trovi a subire atti di violenza. L’ultimo, avvenuto nella notte fra sabato e domenica, si è avuto col grave danneggiamento dell’automobile. Ma c’erano stati dei precedenti. La nota pubblicata oggi dalla Gazzetta dello Sport parla di due aggressioni fisiche avvenute in passato, e soprattutto di una costante campagna intimidatoria e diffamatoria che negli ultimi mesi si è protratta sul web. Non so quali siano i motivi di questo odio, né è cosa fondamentale saperlo. Perché non ci può essere una ragione che giustifichi l’aggressione, specie quando a portarla sono in tanti e a subirla è uno solo. A Napoli come altrove, e in obbedienza a un meccanismo che con l’avvento del web ha raggiunto un grado intollerabile d’imbarbarimento.

Il punto è proprio questo, e sta nella novità e nel salto di qualità. Quella dei giornalisti non è mai stata una categoria particolarmente amata. Che non la amino i potenti è cosa buona e giusta, e anzi penso che bisogni diffidare dei giornalisti amati da chi detiene il potere. Che non li ami il pubblico, invece, è cosa che da sempre risulta difficile spiegare. Perché nella gran parte dei casi l’avversione non è contro i singoli (ciò che, se non sfocia in qualche forma di violenza, può anche avere una sua giustificazione), ma contro la categoria in quanto tale.

Vista come una schiera di persone in mala fede, guidata da chissà quali interessi di parte, e sempre orientata contro i gusti e gli orientamenti di chi ne giudica il mestiere. E questo è ancora più vero nel settore del giornalismo sportivo, dove l’identificazione e la propensione a dividersi in fazioni sono meccanismi centrali. In tal caso il giornalista può diventare il nemico di una fede soltanto perché ha il “vizio” di raccontare una verità fuori dai dogmi. Ma anche perché il suo agire non combacia coi volubili umori di una tifoseria.

Nei momenti in cui i tifosi sono in frizione con la dirigenza del club, ai giornalisti capita d’essere accusati d’acquiescenza perché non mettono abbastanza sotto torchio chi governa il club. Invece nei momenti in cui le cose vanno bene, ai tifosi non interessa conoscere aspetti oscuri del club che i giornalisti indagano: si sta vincendo, ma chi se ne frega se dietro il club circolano denari e personaggi sospetti, o se c’è una massa debitoria che rischia di far saltare in aria la società? E dunque, che si tratti di scarsa ostilità alla società o di propensione all’inchiesta approfondita, il giornalista rischia d’essere preso di mira comunque. Magari dalla stessa tifoseria che una domenica chiede la testa del presidente e pretende che siano i giornalisti a metterla sul ceppo, e un mese dopo divinizza quello stesso presidente perché è arrivato un filotto di risultati, e allora ci si scaglia contro i giornalisti che avevano osato criticare.

A questa volubilità dell’atteggiamento ha fatto da moltiplicatore il web. Creando tribune dove tutti possono dire democraticamente ciò che pensano, ma senza che sia posto un filtro alle cose dicibili e ai gestori stessi delle tribune. Con l’effetto odioso di scatenare linciaggi interminabili, da cui al singolo è impossibile difendersi. Una pratica che bisognerà pur cominciare a arginare, anche per far capire ai leoni da tastiera che la denigrazione e l’insulto non sono gratuiti. È bene che ciascuno cominci a prendersi le proprie responsabilità e a pagarle. Ma bisogna pure che la parte sana degli utenti cominci a isolare questi vigliacchetti da quattro soldi. Ne va della qualità del dibattito, che dovrebbe essere un bene prezioso per tutti. Oltreché della dignità e della serenità che ogni giornalista deve vedersi garantire, sia come operatore dell’informazione che come persona.

@pippoevai
Pippo Russo
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