Mihajlovic, un allenatore da Juve
08/12/2016, 16:30
di Luca Borioni
Il sorteggio Champions incombe, ma dietro l’angolo c’è prima il Toro. Che mai come questa volta può lanciare la sfida di sempre alla Juve su basi tecniche finalmente competitive. E se il gap con i titolati vicini di casa è stato ridotto, oltre ai meriti da riconoscere alla dirigenza granata che sul mercato ha operato scelte ispirate, significa che il nuovo allenatore ha portato una ventata di motivazioni, di spinta in più. Da aggiungere a una gestione tattica capace di regalare ai tifosi quel gioco d’attacco atteso da tanti anni e non sempre apprezzato durante l’era Ventura.

Quell’allenatore si chiama Sinisa Mihajlovic e ha saputo mettere d’accordo una piazza tra le più esigenti e complicate. Andando oltre tutti gli scetticismi, compresi quelli che qualcuno aveva legato inizialmente ai trascorsi di Sinisa nella sua martoriata terra, alle amicizie politiche scomode che sarebbe però ingiusto liquidare in una battuta o con pochi argomenti.

Mihajlovic ha preso in pugno le redini del Toro e ne ha fatto una squadra compatta, coerente, affidabile. Certo, le ricadute sono sempre possibili e ce ne sono state, ma la linea è stata tracciata e l’entusiasmo con cui il Toro arriva all’appuntamento del derby testimonia quanto di buono sia stato fatto dal tecnico serbo.

Curioso ricordare come Mihajlovic sia stato considerato, neanche tanto tempo fa, un allenatore da Juve. Le cronache raccontano di un incontro tra il tecnico e Andrea Agnelli, datato maggio 2014, quando cioè l’allora allenatore Antonio Conte aveva iniziato a manifestare qualche insofferenza, le prime incomprensioni con la società sulle scelte di mercato. E così il club si era orientato sul serbo, ritenuto in grado di prendere il posto di Conte per considerazioni caratteriali e professionali, aldilà della strategia di far capire subito quello che sarebbe stato il concetto di fondo: la Juve viene prima dei singoli interpreti. E così fu, Conte si irrigidì, la Juve di più e arrivò in extremis Allegri.

Miha invece andò a guidare la Sampdoria. Fece bene e conquistò la fiducia di Berlusconi al Milan, dove però era già avviato il percorso di crisi tecnica e societaria. Fine della corsa. Ora c’è il Toro e un derby mai così aperto, che può significare molto per il tecnico ex vice di Mancini. Perché fermare la corsa della Juventus alla vigilia di quello che sarà il prossimo confronto di vertice tra i bianconeri e la Roma, vorrebbe dire avere un ruolo sugli equilibri del campionato. Vorrebbe dire aver messo la firma su qualcosa di grande. E se a farlo fosse proprio il Torino, nel derby, immaginiamo cosa significherebbe per i tifosi granata. Oltre che per Mihajlovic.

Di sicuro, a parte le suggestioni stracittadine, il Toro gioca un calcio che teoricamente può mettere in difficoltà la capolista: ha un tridente veloce e un atteggiamento aggressivo. In qualche occasione la difesa di Allegri ha mostrato di soffrire gli avversari capaci di limitare lo spazio di manovra in fase di ripartenza dei tre interpreti difensivi in bianconero. Certo, sappiamo anche quali siano le controindicazioni: la squadra di Allegri non si farà certo intimidire e lasciare spazi incustoditi può essere pericoloso.

Ma vale la pena tentare, dal punto di vista di Mihajlovic. Al quale resta fin d’ora il piacere di essere stato considerato allenatore da Juve. E anche questo è un ingrediente da aggiungere in questo strano e accattivante derby torinese. 

 
Luca Borioni
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