Milan, fuori i nomi dei cinesi: lo impone la legge, la Lega si svegli
15/12/2016, 22:45
di Giancarlo Padovan
Da alcuni mesi sono tra quelli che pubblicamente insistono per conoscere i potenziali nuovi acquirenti del Milan. Non si tratta - come credono alcuni - di una curiosità giornalistica, ma di una necessità politica e morale.

Silvio Berlusconi, nelle sue controverse dichiarazioni, ha sempre assicurato che si tratta di un gruppo “molto serio”, ma sull’attendibilità delle sue parole è lecito, storicamente, dubitare. Chi ha condotto inchieste giornalistiche vaste e profonde - come Marco Iaria, giornalista della Gazzetta dello Sport, inviato in Cina nell’ottobre scorso - ha infatti potuto verificare di persona che intorno a Sino Europe Sports aleggia il mistero. Li Yonghong è il promotore di Ses e finora sarebbe quello che ha materialmente provveduto a recapitare i duecento milioni arrivati tra l’inizio di settembre e il 13 dicembre nelle casse di Fininvest. Ma i problemi, tra molti altri, sono due.

Il primo. Nessuno, negli ambienti economico-finanziari cinesi e, meno che mai in quelli calcistici, sa chi sia Li Yonghong.

Il secondo. Perché, rinnegando gli accordi precedenti, Li ha chiesto e ottenuto di spostare il closing al 3 marzo 2017?

Si dice: trattandosi di un fondo d’investimento è aperto alla partecipazioni di più soggetti. Giusto, ma è evidente a tutti che non ci sono ancora gli altri 320 milioni che Sino Europe deve versare al Milan, così come i ritardi sono diretta conseguenza della difficoltà di trovare capitali.

Tutto ciò premesso e desunto dal pezzo di Iaria del 14 dicembre (Gazzetta dello Sport/ “Milan acquistato a rate e velo sugli investitori. Tutti i dubbi dell’affare”), non posso credere né che Li Yonghong getti milioni dalla finestra, né che Marco Fassone, il direttore generale e amministratore delegato in pectore del nuovo Milan, sia uno strumento nelle mani di qualche avventuriere. 

Fassone, oltre ad avere un’ampia conoscenza dell’ambiente calcistico italiano per essere stato direttore marketing alla Juve e direttore generale al Napoli e all’Inter, è un manager avveduto e corretto. E se, da una parte, sa come vanno le cose nel mondo della finanza, dall’altra non è certo disponibile a farsi trascinare in un’operazione poco credibile. 

Del resto chi lo conosce sa che Fassone sta lavorando da mesi e con grande impegno all’allestimento della nuova compagine societaria. In questo senso l’approdo di Mirabelli - prima impegnato con l’Inter - rappresenta una pietra miliare nella costituzione del management. 

Il nodo, dunque, non può riguardarlo. Ammesso e non concesso che conosca tutti gli aderenti al fondo, Fassone è certamente vincolato da un patto di riservatezza che si guarda bene dal violare.

La trasparenza, allora, dovrebbe attenere alla Federcalcio e alla sua emanazione periferica, ovvero la Lega di serie A, la cui presidenza è da anni ormai affidata all’ineffabile Maurizio Beretta, impermeabile a tutto, in particolare alle regole e alle responsabilità.

Dicono le norme che chiunque detenga il 10 per cento delle azioni di una società di calcio deve essere identificato. A maggior ragione se Sino Europe Sports esercita il controllo sul mercato del Milan, come previsto dai patti. Perché allora la Lega di A non si muove per sapere chi c’è in Ses?

E come mai, al contrario, la Lega di B, guidata dal presidente Abodi, si sta adoperando per la cessione della proprietà del Pisa?

Delle due l’una: qualcuno sta sbagliando e molto gravemente.

Io, per esperienza diretta, so che conoscere la solidità patrimoniale degli associati è un dovere di chi presiede la Lega, che è un’associazione privata, e che in questa direzione vanno anche le raccomandazioni della Federcalcio di cui Abodi e Beretta fanno parte. 

Si tratterebbe solo di applicarle e, soprattutto, di svolgere bene il mestiere di presidente. Che Beretta, evidentemente, non sa fare.    
Giancarlo Padovan
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