Perché senza il grande Muhammad Alì il mondo sarebbe stato diverso
17/01/2017, 15:00
di Marco Bernardini
Oggi compirebbe settantacinque anni. Gli ultimi vissuti in maniera consapevolmente drammatica a causa di quella bestiaccia chiamata Parkinson che lo regalava agli occhi del mondo come figura tremante e claudicante, seppure mentalmente lucidissimo malgrado l’eloquio pieno di inciampi. Il mondo lo rispettava e lo onorava per meriti che erano andati oltre la sua vocazione poi diventata professione. L’arte nobile di un pugilato che, fino a quando lui resse in piedi sul ring insieme con pochi altri meno potenti ma egualmente onesti, era nobile davvero. Uno sport, antico quanto la storia dell’uomo, ridotto poi a slot machine dai mercanti di Las Vegas. Una faccia piena di pugni. Troppi pugni.

Quella di un uomo e di un campione non solo del mondo ma di una parte importante dell’umanità nato con un nome da schiavo nero delle piantagioni di cotone dell’Alabama, Cassius Clay, e poi ribattezzatosi Muhammad Alì una volta diventato fratello musulmano più per scelta politica e sociale che non strettamente religiosa. Un totem del Novecento del quale la Storia dovrà occuparsi per sempre poiché in virtù del suo passaggio su questa Terra la geografia etica del mondo è stata ridisegnata con la matita indelebile della solidarietà, della ribellione e della giustizia. Il tutto sotto la bandiera di uno sport tanto doloroso quanto cavalleresco chiamato pugilato.

Assisi, dove nacque il Santo del quale il Pontefice degli umili e degli ultimi porta in nome, è conosciuta nel mondo come città della pace. Ebbene, potrebbe sembrare paradossale il fatto che in un luogo così sacro e non violento sia stato deciso di inaugurare il primo museo internazionale dedicato alla boxe. Da domani la pinacoteca dei guantoni sarà arricchita da un ulteriore capolavoro. Il ring sul quale Clay, non ancora Alì, conquistò il suo primo e più “innocente” trofeo. La medaglia d’oro olimpica in palio ai Giochi di Roma del 1960. La struttura, originale persino nelle tre corde oltreché per il parquet, è stata gelosamente custodita e preservata da una famiglia di sportivi romani i quali, dopo tante tempo, hanno ritenuto giusto farne dono a chi saprà renderla eterna. E il fatto che sia proprio la città umbra simbolo della non violenza ad essere investita di tale incarico dimostra quanto lo stesso pugilato abbia rappresentato il manifesto principe del coraggio fisico e dell’onestà intellettuale fino a quando non venne preso in ostaggio dai malandrini di turno. Alì fu il profeta di quel movimento sportivo.

Ma nel suo scafandro di campione dell’umanità e non solo del mondo pugilistico “The greatest” rappresentò anche tante altre cose giocando un ruolo sul serio rivoluzionario per la società americana e in particolare per tutta la gente di colore la quale, anche grazie a lui insieme a Malcom X. a Martin Luther King, ad Angela Davis e alla parte democratica bianca, costrinse l’altra metà del cielo statunitense separatista e razzista a dover cedere di fronte alla necessità della giustizia e dell’eguaglianza. Una lotta, questa, che ancora va avanti e che potrebbe segnare il passo per volontà del nuovo inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, ma che, in ogni caso, non verrà mai più interrotta perché lo scorrere di un grande fiume può al massimo venir deviato e non prosciugato. Alì, insieme con i suoi fratelli, aprì il primo varco di quel flusso inarrestabile. E senza di lui, intendo dire senza il suo modello, probabilmente l’America non avrebbe potuto vivere e apprezzare i due mandati del primo presidente di colore della Storia degli Usa. Barack Obama che, insieme con la moglie Michelle, verranno rimpianti molto presto dal popolo statunitense e non solo dai neri.

A fronte di tutto questo, passando per dettagli arcinoti come il rifiuto della guerra in Vietnam e le persecuzioni subite in proposito, non si può far altro se non  togliersi idealmente il cappello di fronte al ricordo di un personaggio memorabile come Alì nel giorno del suo settantacinquesimo  “mancato” compleanno. Con un unico appunto, se così si può definire il suo essersi dato completamente gli altri e alla sua causa per un tempo eccessivo. Perché se il “Più Grande” fosse stato un poco più egoista e si fosse fermato dopo il terzo incontro contro Joe Frazier, anziché continuare, sempre come una farfalla ma ferita, a prendere pugni sul viso e sulla testa, la malattia lo avrebbe risparmiato e, forse, avrebbe potuto continuare la sua battaglia pubblicamente e ufficialmente al fianco dello stesso Obama.

In ogni caso con parole e opere a sufficienza il musulmano nero più pacifico e solidale della stora moderna, nel suo piccolo, ci ha lasciato un mondo diverso e migliore. Spetterebbe a noi renderlo ancora più accettabile, magari seguendo il suo esempio. 
 
Marco Bernardini
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