I segreti di Kenyon, il Montezemolo inglese paracadutato sull’Inter
25/01/2017, 22:00
di Pippo Russo
Dove lo metti, sta. È questo il vero talento di Peter Kenyon, figura simbolo della svolta turbo-finanziaria che ha modificato geneticamente il calcio a partire dagli anni Novanta, e adesso in predicato di approdare all’Inter targata Suning. Classe 1954, inglese di Stalybridge (Cheshire), questo signore ha la capacità di trovarsi nei posti che contano e al momento giusto. Un fiuto straordinario per le occasioni cruciali che lo porta a spostarsi ovunque ci sia una chance da cogliere. Più che il Grand Tour, il Grand Kenyon. Praticamente, la versione britannica di Luca Cordero di Montezemolo. Certo, poi magari dura il giusto ovunque vada. Ma questo è un aspetto che dalla stampa non viene particolarmente enfatizzato. Meglio concentrarsi sul racconto encomiastico, quello che dipinge il signor Peter come uno dei più abili manager in circolazione durante l’ultimo ventennio del calcio globale. Cioè dal momento in cui decide di abbandonare la carica di alto dirigente di Umbro, il colosso britannico dell’abbigliamento sportivo di cui è arrivato a essere chief executive, per accettare l’offerta del Manchester United. È l’anno 1997, e il calcio inglese sta già mettendo a frutto lo strapotere economico derivato dalla pioggia di denari elargiti dalla pay tv.

In quei giorni mister Kenyon approda a Manchester entrando nel consiglio del club, e tre anni dopo assume il ruolo di amministratore delegato sostituendo Martin Edwards, colui che da dirigente è stato l’artefice delle recenti grandezze dei Red Devils. Queste grandezze vengono in buona misura attribuite anche a Kenyon, soprattutto riguardo alle politiche d’internazionalizzazione del brand Manchester United. Così raccontano le narrazioni benevole. E per carità, il signor Peter ha indiscusse qualità manageriali. Ma è anche uno straordinario PR di se stesso, oltre a avere un’altissima capacità di coltivarsi le amicizie giuste. In queste condizioni, il godere d’ottima stampa è un attimo. Di quella stagione manchesteriana va ascritto a suo merito l’aver convinto Sir Alex Ferguson a ritardare i propositi di ritiro. Molto da discutere, invece, a proposito delle allegre politiche di spesa sul mercato dei trasferimenti. Con certe cifre che continuano a gridare vendetta. Come i 30 milioni di sterline pagati al Leeds nell’estate del 2002 per Rio Ferdinand, che in quel momento sono un record per il trasferimento di un difensore. Ma si sa com’è, dagli anni Novanta nel calcio inglese pagano l’alluminio come fosse oro. E magari adesso stigmatizzano i cinesi e i loro eccessi di spesa.

A ogni modo, Kenyon rimane in carica tre anni come CEO dei Red Devils, e poi si rende protagonista del grande tradimento passando al Chelsea di Roman Abramovich nell’estate del 2003. Uno smacco due volte bruciante, per il club di Old Trafford. Perché essere mollati da un proprio dirigente che sceglie di andare altrove è circostanza bruciante, per un club di quella taglia. Ma soprattutto perché Kenyon si lascia sedurre dall’offerta di quell’oligarca russo e di quel club che con l’arroganza dei parvenu inizia a scalare le gerarchie calcistiche grazie alla forza del denaro. Elemento, quello del denaro, cui il Grand Kenyon mai si è dimostrato insensibile. E non è mica una colpa, ci mancherebbe altro. Tanto più che, sempre stando alla stampa amica, quello planato nelle sue tasche è commisurato a quanto ne fa guadagnare ai club grazie all’attività di dirigente baciato dal successo. Di sicuro c’è che al Chelsea egli riesca a ampliare una rete d’amicizie e relazioni influenti, iniziata a tessere durante gli anni di Old Trafford. Pini Zahavi era già un caro amico dei tempi di Manchester. E a Stamford Bridge il signor Peter ha possibilità di stringere legami con l’emergente Jorge Mendes e con un altro rampante tirato su da Zahavi: l’anglo-iraniano Kia Joorabchian. I sei anni al Chelsea sono ricchi di successi, ma anche di controversie. Fra queste ultime, il corteggiamento dell’allora CT della nazionale inglese Sven Goran Eriksson, per convincerlo a accettare la panchina del Chelsea.

La chiusura dell’esperienza al Chelsea inaugura una terza carriera per Kenyon, dopo quelle nel settore privato e nel calcio. Non più dirigente di club, ma manager e consulente. Nel 2009 viene nominato direttore di CAA Sports, sezione specializzata di Creative Artists Agency (CAA), agenzia che gestisce le carriere di molte fra le più importanti star cinematografiche e musicali in circolazione. Soltanto un anno prima CAA aveva stretto con la Gestifute di Jorge Mendes un accordo per la creazione di un soggetto specializzato nella gestione dei diritti d’immagine relativi agli atleti. Si tratta di uno dei tanti intrecci fra i grandi amiconi Peter e Jorge, ma in questo caso l’avventura dura poco. Due anni dopo Kenyon lascia l’incarico, e assieme a lui se ne va l’ex responsabile del marketing Fifa, Philippe Le Floc’h. Ufficialmente, l’addio è legato a divergenze di vedute sulla strategia aziendale. Altri sostengono che invece la chiusura del rapporto sia dovuta al clamore sollevato dall’indagine Fifa sui fondi Quality Football Ireland (QFI). Quest’ultima è una società con sedi a Dublino e presso l’isola di Jersey, specializzata nell’acquisizione di diritti economici di calciatori. Di QFI risultano essere consulenti sia Gestifute che Opto Sport, società riconducibile al Gran Kenyon. Da lì, per l’ex CEO di Manchester United e Chelsea, parte una fase di grande movimentismo in compagnia dell’amicone portoghese. Un movimentismo che, a dire il vero, aveva preso il via già nel 2009. Quando i due, in compagnia di Miguel Ángel Gil Marin (CEO dell’Atletico Madrid), andavano in Vietnam per promettere “entro il 2012” (!) una tournée di Cristiano Ronaldo. Notare: si prometteva la tournée di un calciatore del Real Madrid, e a prometterla erano il suo agente, un consulente di non si sa cosa, e l’amministratore delegato del club rivale cittadino del Real. Una bella banda di fenomeni. Va da sé che CR7, in Vietnam, non l’abbiano mai visto. Negli anni recenti Kenyon è stato dato in avvicinamento al Middlesbrough, per poi diventare consulente dell’Atletico Madrid. Ancora una volta, due club legatissimi all’amico Jorge. Quale sia stato l’apporto di Kenyon ai Colchoneros, non è dato sapere. A fine 2015 un articolo pubblicato dal Daily Mail gli attribuisce pressoché in ampia misura i meriti del risanamento del club. Pochi giorni dopo quell’articolo venne ripreso e commentato con toni straniti in Spagna. Il senso sottinteso al commento da parte spagnola è: “Ma che film hanno visto ‘sti inglesi?”. Quanto al movimentismo di Kenyon, troviamo pure (nel 2014) un passaggio da “non executive chairman” dell’agenzia Esportif International. Da lì, l’uomo per tutte le stagioni intende mettere il proprio talento a disposizione della Rugby Union, con lo scopo di promuovere “la globalizzazione del rugby”. Non si sa come l’ardito progetto sia andato a finire, il web non ne presenta altre tracce. Si trova invece traccia di un altro incarico da non executive director: quello conferito a febbraio 2013 da 2ergo Group, società inglese del comparto elettronico specializzata in “contactless mobile technology”. Della serie: quest’uomo acchiappa tutto. O anche: Alitalia e Italo per me pari sono. A ogni modo, soltanto quattro mesi e arrivano le dimissioni. Adesso sarebbe in arrivo l’avventura interista. Raccontano che a caldeggiarne l’approdo in nerazzurro sia stato Kia Joorabchian, amico dai tempi del Chelsea e ascoltatissimo consigliere di Suning. Va ricordato che fra i calciatori portati la scorsa estate all’Inter c’è il portoghese João Mario. Il cui agente era Jorge Mendes fino a meno di un anno fa, prima che il centrocampista si affidasse allo stesso Joorabchian. Inoltre, il 20% dei diritti economici del portoghese erano pertinenza di Quality Football Ireland. Cioè il fondo di cui risultano consulenti Jorge Mendes e Peter Kenyon. Amen.

@pippoevai
Pippo Russo
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