Pirlo studia da ambasciatore, Del Piero bocciato solo dalla Juve
26/02/2017, 22:00
di Stefano Benzi
Il campionato di Major League che comincia domenica l’altra sarà anche l’ultimo della carriera di Andrea Pirlo che ha deciso di portare a conclusione il suo contratto con il New York City (tre stagioni) e non rinnovarlo. Eppure le offerte c’erano per lui: i light blues lo avrebbero voluto per almeno una, forse anche due stagioni e c’erano sponsor pronti a pagare un sacco di soldi. Per non parlare delle altre offerte: Los Angeles ma soprattutto Orlando che sognava una squadra con Pirlo e Kakà. Il bresciano è stato educatamente irremovibile: “So quello che ho dato e non voglio trascinarmi per il campo, questo è un campionato molto fisico e faticoso – ha dichiarato – e a me le cose fatte a metà non piacciono”. Un’ammissione di grande responsabilità e buon senso da parte di Pirlo che nella sua seconda stagione, d’accordo con il tecnico Patrick Vieira, ha giocato in modo ancora diverso: ha arretrato il suo raggio d’azione di una ventina di metri correndo meno e toccando molti palloni in più, servendo assist sulla cravatta ora di Harrison o del giovane e promettente Khiry Shelton. Proprio Shelton, arrivato a New York dal Draft 2015 ha descritto efficacemente la sua interazione con Pirlo: “Io mi muovo, non importa dove e non serve nemmeno che gli chiami uno schema o che lo detti lui. Io mi muovo dopo al massimo tre secondi e una dozzina di passi ho la palla sul petto per lo stop a seguire. Quando si gioca con lui sembra di avere a che fare con la macchina spara palloni che usano in NFL”. Il NYC è arrivato alla semifinale di Conference, cozzando contro Toronto e Giovinco. 

Pirlo negli States ha guadagnato molto, molto bene: ha firmato contratti pubblicitari importanti e volendo potrebbe anche starsene a New York. Mica brutto vivere in un attico a Manhattan e fare l’opinionista per ESPN o la CBS facendo lo sforzo, di tanto in tanto, di scendere le scale del proprio residence, salutare il portiere, salire su una limo e andare a vedere qualche partita per fare il commentatore. Non è ancora dato sapere se Pirlo sarà uno yankee full time o meno: visto il momento fossimo in lui non torneremmo in Italia nemmeno sotto l’effetto di droghe altamente depressive. Di sicuro la Juventus gli ha offerto un ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti. Un lavoro part time: si tratta di fare il filo a qualche sponsor, presenziare a tutto quello che l’industria automotive proponga e che porti i marchi della Fiat o della Chrysler, sovrintendere a un paio di scuole calcio e organizzare una trasferta della Juventus. Una vita invidiabile. 

Il tutto ci fa pensare però anche a un altro giocatore che ricopre il ruolo di ambasciatore: ha patrocinato la Champions League d’Asia, la candidatura di un paese asiatico a un Mondiale (poi ritirata). Ma di fatto, tra una chiacchierata con il suo petulante passerotto e la sua splendida apparizione alla serata di gala della fondazione Laureus, Alessandro Del Piero è ambasciatore di se stesso. La Juve non lo vuole. E onestamente non riesco a capire il perché. Così come ancora oggi gran parte del pubblico juventino non capisce il trattamento riservato al numero 10 per eccellenza. Parliamo di diciannove campionati, 705 presenze e 290 goal. Tanto abbastanza per fare pubblicità o il commentatore. Non per convincere Andrea Agnelli a scendere sul gradino del buon senso e porsi sul piano di un qualsiasi tifoso degli ultimi venti anni.  Intendiamoci. Non è che Del Piero viva male: ma vederlo sistematicamente scavalcato nella riconoscenza della società da Trezeguet, Nedved e ora anche da Pirlo, sembra francamente un controsenso del tutto irrazionale. 
Stefano Benzi
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