Renzi se ne va. E adesso che succede?
05/12/2016, 08:00
di Fernando Pernambuco
Renzi ha tentato di eliminare qualche centinaia di poltrone politiche, fra Senato, Province, CNEL e invece l’unica poltrona che salterà è la sua. Non si tratta neanche di arrivare a sottrarne una, perché verrà presto rimpiazzato da qualche tecnico, come si dice, per approntare una nuova legge elettorale, visto che l’attuale “Porcellum” è stato considerato inadeguato dalla Corte Costituzionale, e l’ “Italicum” era un combinato con la riforma della Costituzione bocciata dal Referendum.

A dimissioni annunciate, con una chiarezza e una nettezza inusuali per il nostro panorama politico, ci sembra inutile soffermarci sulle possibili cause della sconfitta che Renzi ha attribuito esclusivamente a se stesso. Anche l’eccessiva personalizzazione del Referendum è una critica contraddittoria e troppo teorica: non si dice forse che in Italia nessuno vuol mai metterci la faccia, che tutti sono sempre attaccati alla poltrona? Ebbene Renzi non lo ha fatto prima e non lo ha fatto dopo. Inoltre non personalizzare una scelta così dirimente, come una riforma di carattere epocale, non sarebbe stato possibile. Ve li vedete i vari Brunetta, Salvini, Grillo disquisire in forma di bicameralismo perfetto o di Titolo V “atto a garantire autonomia e interessi nazionali al tempo medesimo”?

Pensare di votare solo per un no o per un sì nei confronti di una riforma importante era molto riduttivo: la maggioranza degli italiani si è espressa contro Renzi e il suo governo. Il Presidente del Consiglio ne ha, a parer nostro, contrariamente alle tradizionali ipocrisie che tirano in ballo il senso di responsabilità istituzionale o il “senso del dovere” di non abbandonare la nave in mezzo al mare, tratto coraggiosamente le conseguenze, dimettendosi. Adesso cosa succederà? L’anno che verrà, vedrà  l’Italia impegnata in almeno due compiti importantissimi: la presidenza del G7 (il gruppo dei 7 Paesi con le maggiori economie occidentali)  e la presenza nel Consiglio di Sicurezza dell’ ONU. Nel 2017 si terranno anche le elezioni politiche in Francia, Olanda e Germania; la Brexit sarà in dirittura d’arrivo. Non c’è dubbio che avremmo bisogno di un governo forte e coeso. L’Italia avrebbe necessità, come non mai, di stabilità. Si prevede una stabilità all’orrizzonte?

La risposta, purtroppo, è negativa. Il governo tecnico (proprio perché “provvisorio”) non avrà credibilità in Europa più di tanto; i problemi che Renzi aveva posto alla Commissione Europea, ossia un’ attenuazione dell’ austerity economica e un’attenzione non formale, ma fortemente responsabile anche dal punto di vista economico, al problema delle migrazioni, saranno accantonati. Mentre con una nuova legge elettorale, che si annuncia nelle intenzioni di tutti fortemente proporzionale, sembra difficile che un solo partito riesca ad avere la maggioranza assoluta per riuscire a governare. In fondo, grazie a leggi elettorali basate su sistemi proporzionali, in Italia non si sono forse avuti 57 governi in 60 anni?

Con un PD a pezzi, Forza Italia zoppicante e una possibile affermazione dei partiti o dei movimenti antieuropeisti, ma apparentemente diversi tra loro, è difficile configurare governi stabili. Ve la immaginate la “grosse koalition” che Berlusconi vorrebbe  realizzare con quel che resta del PD? O una compagine Salvini-Grillo? I mercati non faranno sconti e ogni punto di spread in più è una nuova, ancorché invisibile, tassa da pagare. Con una legge di bilancio ancora da approvare, non è dato sapere quale sarà il programma economico dei Cinquestelle, probabili vincitori delle elezioni che si terranno nei primi mesi del’17. Sappiamo che Grillo ha annunciato più volte un referendum sulla permanenza dell’Italia in Europa, un desiderio di ritorno alla lira e la volontà di non pagare il debito pubblico. Le conseguenze, dai risparmiatori traditi, alla mancanza di credito internazionale (che significherebbe, per esempio, taglio alle forniture di energia elettrica e di gas) sarebbero inimmaginabili. Un Paese strutturalmente instabile come il nostro ha dunque scelto l’instabilità al quadrato. Ce n’era bisogno?

Fernando Pernambuco
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