Riapre il Bataclan, i suoi angeli come quelli dell’Heysel
12/11/2016, 16:00
di Marco Bernardini
Questa sera a Parigi, con la voce e la musica di Sting, tornerà a vivere per suoni e per colori il luogo che per un anno ha rappresentato il simbolo tombale della violenza assassina e della follia oltranzista mascherata da un distorto senso religioso. Riapre il “Bataclan”, tempio del rock e del jazz dove nella notte del 13 novembre di dodici mesi fa venne consumata a colpi di mitra e di bombe a mano l’orribile mattanza di giovani vite innocenti.

Ci occupammo allora del terribile fatti e ci piace tornare a dirne. Riproporre, oggi, quel tempio e donarlo nuovamente alla gente rappresenta infatti un grande atto di coraggio oltreché uno schiaffo potente sul viso della morte e del disprezzo della vita altrui. L’ennesimo e definitivo urlo di protesta contro tutto ciò che è barbarie e inciviltà. La testimonianza che sempre e comunque possibile sopravvivere e poi tornare a vivere per rendere giustizia al Bene contro il Male.
 
Un evento, quello di questa serata storica parigina, che mi riporta alla mente un’altra notte di insanguinata da un massacro. Quella dello stadio Heysel di Bruxelles il 29 maggio del 1985 il cui bilancio fu quello di dover contare trentanove morti ammazzati senza colpa se non quella di essersi trovati, pacificamene, nel posto sbagliato al momento sbagliato. E non importa se, a differenza dei terroristi e fanatici islamisti, gli hooligans inglesi del Liverpool erano gonfi di alcool e di bestialità anziché di ideologia catastrofista. I morti sono morti. E gli stessi sopravvissuti sono egualmente un poco morti dentro.

Come accadrà questa sera al Bataclan, anche lo stadio belga del massacro venne prima blindato e poi riaperto. Personalmente ricordo che, dopo aver vissuto in diretta il giorno della tragedia, tornai a Bruxelles per l’inaugurazione ufficiale dell’impianto sportivo rimesso a nuovo e ribattezzato con il nome di re Baldovino. Se non sbaglio si giocava una finale di Coppa Uefa che vinse, guarda caso, la squadra francese del Paris Saint  Germain. L’emozione di trovarmi in quel luogo che, senza ma e senza se, era un poco come un cimitero pellerossa a cielo aperto fu pari allo sgomento provocato dalla memoria. La medesima sensazione che, credo, fibrillerà nelle anime e nelle menti di tutti coloro i quali questa sera varcheranno l’ingresso del Bataclan.

Perché, come accadde nello stadio belga, anche nel locale parigino faranno ritorno con grande coraggio alcuni di quelli che erano presenti la notte del massacro e che per loro fortuna sono usciti vivi. Ascolteranno la musica bellissima di Sting, ma sentiranno anche e in qualche modo le voci dei loro anici e compagni che, proprio in quel luogo, diventarono loro malgrado angeli. Le pareti stesse del locale, ancorchè riverniciate di fresco, saranno impregnate dalla leggerezza di anime fragili e invisibili. Esattamente come quelle dell’Heysel. Gli spiriti sono immortali e non dimenticano.

Come quelli rimasti. Come coloro per i quali Samarcanda non era ancora attrezzata a riceverli. Come quelli che, pur vivi, ammettono di essere un poco morti dentro tanto che da quella notte apocalittica son costretti a ricorrere a psicofarmaci e psicologi per tentare di uscire da un incubo che, prevedibilmente, sarà ricorrente per sempre nelle loro notti bianche. Come Omar Omoughi, un giovane marocchino scampato alla morte non al Bataclan ma davanti ad un tornello della Stade de France. Lui al cui coraggio debbono la vita un numero imprecisato di persone che riuscirono a scappare perché avvisati dalle urla disperate dell’uomo che aveva visto il pazzo kamikaze islamico trafficare sulla cintura esplosiva con la quale avrebbe dovuto uccidere e uccidersi. Omar svenne dopo la deflagrazione e addosso porta i segni di quella violenza. E’ vivo e, dicono, è anche un eroe. Ma spesso, troppo spesso, guarda nel vuoto e pare assente. E quando torna allo stadio guarda la partita con distrazione. Più che altro sente le voci.
 
Marco Bernardini
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