Rosberg si ritira, come Boniperti e Platini: è il finale perfetto VIDEO
02/12/2016, 17:30
di Marco Bernardini
Vincere, salire sulla parte più alta del podio e dire addio prima che le luci della ribalta siano del tutto spente. Non è frequente che un evento del genere accada, nel mondo dello sport come in quello dello spettacolo. Due situazioni professionali piuttosto simili per le suggestioni, non solo economiche, che comportano a vantaggio di chi ne è protagonista. Nel cinema d’autore, per esempio, ci volle tutta la freddezza svedese di Greta Garbo che decise di oscurare la sua stessa stella abbandonando il set a soli trentasei anni e ancora nel pieno del fascino seduttivo con il quale aveva conquistato le platee di tutto il mondo. Un gradino più sotto, per celebrità planetaria, ma egualmente clamoroso fu il ritiro dalle scene di Maria Mazzini, in arte Mina, la quale dopo un epocale concerto sotto il tendone di Bussoladomani, in Versilia, annunciò che mai più si sarebbe presentata per cantare dal vivo. Sia l’attrice svedese e sia l’artista di Cremona non vennero mai meno alla promessa che avevano fatto a loro stesse prima ancora che al loro pubblico. Talvolta, vivere protetti da una sorta di mistero può risultare ancora più accattivante che non mostrarsi avviati sul viale del tramonto, suscitando spesso più malinconia che non apprezzamento.

Nico Rosberg ha scelto questa strada lasciando tutti a bocca spalancata per la meraviglia. Lo ha fatto, in maniera ufficiale e perentoria, a motori ancora tiepidi dopo aver conquistato il prestigioso titolo di campione del mondo di Formula 1 a spese del suo bizzarro compagno di squadra Hamilton. Lo ha fatto a 31 anni quando ancora le energie mentali e nervose per poter frequentare con successo un Circo così usurante e pericoloso come quello dei motori sono solitamente ancora ben solide. E dire che qualcuno lo sognava in Ferrari. Una decisione certamente e almeno in parte suggerita da motivazioni squisitamente private, ma anche da una dose di intelligenza e di buon senso perlopiù sconosciuta a coloro i quali hanno avuto la fortuna di poter vivere il brivido della popolarità e del successo. Due patrimoni  ai quali si rinuncia con estrema fatica, ammesso che si decida di farlo senza eccessivi rimpianti.

Casi del genere, nello sport, sono davvero rari.  Il primo che torna in mente, per la valenza del personaggio in questione, è quello legato al nome di Giampiero Boniperti. Il calciatore, naturalmente, e non il presidente che a 33 anni, dopo aver giocato contro i ragazzi dell’Inter guidati da un giovanissimo Sandro Mazzola l’ultima partita con la maglia della Juventus (della quale era il capitano e in quel modo aveva vinto lo scudetto), scese negli spogliatoi, svuotò il suo armadietto, regalò le scarpe al massaggiatore Sarroglia e salutò definitivamente prima i compagni e poi i tifosi. Boniperti aveva percepito chiaramente che in quella Juventus di Sivori e Charles non avrebbe più potuto essere il leader indiscusso. Ritornerà anni dopo per completare l’opera di una società vincente nelle vesti di presidentissimo.

Anche Michel Platini, anche lui con addosso la maglia bianconera, decise che era arrivato il tempo di farla finita con il calcio giocato ad appena 32 anni. Come motivazione il campione francese addusse il declino fisico e mentale i quali oramai lo perseguitavano ogni volta che scendeva in campo. Molto più probabilmente dietro quella decisione radicale c’era la consapevolezza, molto bonipertiana, di non poter essere più “le Roi” in senso assoluto. A nulla valsero i canti delle sirene, specialmente quelle inglesi insieme a quelle americane, che lo invitavano ad un ripensamento in cambio di cifre da capogiro. Come Ulisse, Michel Platini ignorò quelle voci senza doversi far legare all’albero della sua nave personale. L’immagine del fuoriclasse che lascia a testa ben alta è ancora viva adesso. Peccato che il seguito della storia sia stato guastato, ancora non è chiaro fino a che punto per sua responsabilità, dal brutto pasticcio Fifa.

Uscendo dal calcio resta, per l’Italia, l’esempio di Flavia Pennetta “dimissionaria” subito dopo aver vinto il prestigioso Open americano. In famiglia, evidentemente, basta e avanza Fognini a tirar di dritto e rovescio. Come felice fu Stoner, il pilota di motomondiale, che abbandonò l’attività agonistica anche lui dopo essere salito sul podio più alto dicedo “Lo faccio per mio figlio”. Oppure come Ian Thorpe il quale, uscendo dalla piscina mondiale, disse che si sarebbe preso una pausa. Non scese mai più in acqua. Così come non salì più sul ring il mitico Floyd Mayweather, campione in carica e unico pugile riuscito a battere il record di Rocky Marciano. “Non ho più nulla da dimostrare a nessuno” disse il peso massimo e girò le spalle a chi lo pregava di rimanere. Lui, come i pochi altri di questa storia molto rara, aveva scelto il finale perfetto.

Marco Bernardini
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