Tutti schifati dai soldi di Pechino: ma quando i cinesi eravamo noi?
31/12/2016, 10:30
di Stefano Agresti

I soldi dei cinesi stanno sconvolgendo il mercato del calcio mondiale. Si sono presi Tevez con un ingaggio stratosferico e non si fermano: hanno in mano Witsel e nel mirino Banega, puntano perfino Ronaldo. C’è una levata di scudi contro l’assalto che da Oriente stanno portando ai nostri fuoriclasse: indignazione, stupore, addirittura richiami alla morale.


Eppure anche noi siamo stati cinesi. Lo è stato Berlusconi, quando comprava tutti i migliori calciatori italiani e stranieri per costruire il suo Milan vincente; lo è stato Moratti, che qualcuno calcola abbia speso mille milioni nell’Inter; lo è stato il Real dei Galacticos, ogni anno un nuovo fenomeno senza badare a spese, da Figo a Zidane, da Beckham a Ronaldo (l’altro Ronaldo); lo sono stati più di recente il City e il Psg, con i soldi degli sceicchi. E in fin dei conti i club italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi sono da sempre cinesi nei rapporti con il Sudamerica: andiamo là, compriamo chi ci pare a cifre che per i brasiliani e gli argentini sono mostruose e ce ne torniamo a casa con il nostro fuoriclasse, vero o presunto che sia.

 

Eccoli qua, tutti i cinesi della nostra vecchia cara Europa. Qual è la differenza tra loro e i cinesi della Cina, quelli che ora minacciano di portarci via i campioni perché sono strapieni di soldi? La differenza è forse che Zidane andò al Real per 150 miliardi di lire, mentre da Oriente offrono 300 milioni per Ronaldo? Oppure che David Luiz, per molti uno scarsone, guadagna 8 milioni l'anno mentre Tevez ne prende 38? E' morale pagare 74 milioni De Bruyne e immorale proporne 300 per Cristiano? Qual è il confine tra moralità e immoralità, a quale cifra l’esagerazione, la follia diventa immoralità? Non siamo ridicoli: la moralità in tutti questi numeri è la stessa, zero. Così come sono uguali le valutazioni dei calciatori: fuori mercato le une e le altre, perché irraggiungibili - anzi inavvicinabili - da qualsiasi concorrente. E allora perché da trent’anni dipingiamo Berlusconi come lo straordinario creatore di un grandissimo Milan, e dal 2010 celebriamo il triplete di Moratti, mentre guardiamo schifati alle cifre proposte o pagate dai club cinesi per costruire i loro squadroni?

 

Una quindicina di anni fa Gian Antonio Stella pubblicò un libro bello e documentato, “L’orda”, che aveva un sottotitolo assolutamente esplicativo: “Quando gli albanesi eravamo noi”. In quel periodo gli italiani erano indignati perché dalle coste dell’Albania arrivavano immigrati indesiderati, osteggiati, perfino odiati. Stella ci ricordava, con grande sensibilità, che anche noi siamo stati un popolo di emigranti e che anche noi nel corso della storia abbiamo esportato la nostra fame e le nostre braccia, la nostra intelligenza e la nostra voglia di lavorare, la nostra dignità e la nostra mafia. Ce la prendevamo con gli albanesi perché avevamo dimenticato quando i poveri eravamo noi (il guaio è che ancora non ci è tornato in mente).

 

Il paragone può sembrare azzardato, ma a noi sembra che il calcio italiano (e anche quello del resto d’Europa, spagnolo soprattutto) abbia un po’ quella stessa reazione nei confronti della Cina: abbiamo dimenticato quando i ricchi eravamo noi. Quando spendevamo e a volte sperperavamo, quando davamo valutazioni esagerate ai calciatori, quando facevamo razzia di campioni, giocatori e giocatorelli saccheggiando club storici, come l’Ajax, e paesi che hanno insegnato il calcio al mondo, come il Brasile.

 

Ecco: non dimentichiamo, oggi, quando i cinesi eravamo noi.

@steagresti


 


Stefano Agresti
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