All’assemblea degli azionisti della Juve, Andrea Agnelli ha detto molte cose. Alcune di grande impatto, tali da far passare quasi inosservata una frase che a noi è balzata agli occhi per quanto è triste, cupa, diseducativa, diremmo addirittura deprimente. Ha sentenziato con malcelato orgoglio il presidente bianconero: “Deve essere chiaro che, dagli Under 8 in su, l’obiettivo della Juve è quello di vincere”.

 

Se avete dunque un figlio che va all’asilo, potete portarlo a giocare nella Juve per farlo divertire, nella speranza che torni a casa sereno e felice. Ma se frequenta appena la seconda elementare, allora ditegli che si concentri molto sul calcio e stia attento, anzi attentissimo a quello che combina in campo: se sbaglia la partita, se addirittura la perde, i capi non gradiranno. Il diktat non ammette deroghe.

 

Con dirigenti del genere, si comprende bene perché crescano meno calciatori importanti dalle nostre parti: perché abituiamo i ragazzini a pensare al risultato non quando cominciano a essere formati mentalmente e fisicamente, diciamo in piena adolescenza, ma addirittura quando hanno ancora la purezza per rincorrere il pallone preoccupandosi solo di dribblare, tirare, rincorrersi, sorridere, sfogarsi assieme agli amici.

 

Eppure i campioni del passato spesso ricordano come hanno cominciato a giocare e come sono diventati fenomeni. Totti lo ha appena fatto nella sua autobiografia: aveva sempre il pallone tra i piedi, per strada e a scuola, dove si divertiva in assoluta libertà, giocando alla tedesca, con passaggi sempre e solo al volo, davanti alla saracinesca di un negozio chiuso, oppure dilettandosi in altre attività del genere, in allegria assieme agli amici. Nessuno a otto anni ha preteso che Totti vincesse alcunché, e nemmeno lo hanno fatto con Buffon, Pirlo, Del Piero, eppure ci hanno portato un titolo mondiale.

 

Qualcuno lo spieghi, ad Agnelli: i bambini devono giocare, gli adulti devono vincere. E non sempre è l’unica cosa che conta anche quando si è grandi.
@steagresti