Lo ricordo, parecchi anni fa, nella sua palestra di Bassano. Ero stato inviato da “Tuttosport” per realizzare quella che, sulla carta, pareva una missione impossibile. Riuscire a far parlare, possibilmente ufficialmente, uno di quei personaggi i quali per definizione e per regola sovrana stabilita da un regolamento decisamente retrò avevano l’obbligo non solo della reticenza ma proprio del mutismo. Pena, squalifica, appiedamento e affini. 

Erano gli arbitri. Quelli che, la domenica, facevano incazzare un poco tutti perché sia i giocatori e sia i tifosi trovavano sempre qualche cosa di sbagliato nelle loro decisioni, intenzionali o non che potessero essere. Erano loro, le giacchette nere con fischietto, i bersagli designati quasi a priori verso i quali piovevano variegati  e colorati insulti il più benevolo dei quali era quello di “cornuto”. Dilettanti con un fondo di masochismo interiore che talvolta facevano persino tenerezza perché alla fine della fiera ti chiedevi chi e che cosa li spingesse a rivestire quel ruolo da “orso” del tirassegno del Luna Park.
Dover incontrare Luigi Agnolin, peraltro a casa sua, e tentare di stimolarlo concedere un intervista “proibita”  mi metteva non poca ansia. Ero praticamente quasi certo che stavo per fare quello che si usa definire un buco nell’acqua e che alla fine della giornata avrei telefonato ai dimafonisti del giornale per dettare un “pezzo” di quelli inutili, zeppi di banalità e di aria fritta. Insomma un viaggio, anche abbastanza lungo e complicato per raggiungere Bassano da Torino, che avrei evitato volentieri.

Ma la regola del mai darsi per vinti non andava mortificata Anche perché quello non era un lunedì come tutti gli altri. Il giorno prima, al Comunale di Tirino, Luigi Agnolin aveva diretto il derby  tra bianconeri e granata alla fine del quale era scoppiato l’inferno. Roberto Bettega, uscendo dallo spogliatoio, aveva lanciato pubblicamente il suo “j’accuse” nei confronti del direttore di gara. “ll signor Agnolin mi ha urlato in faccia: adesso vi faccio un culo così”. Titoli a nove colonne e apriti cielo.
Ero in ballo e dovevo danzare. Sicchè decisi di non girare troppo intorno alla questione e di affrontare i tema senza esitare più di tanto. CIò che dice Bettega è vero oppure no, signor Agnolin? Più diretto di così non avrei potuto essere. Era grande e muscoloso, l‘arbitro. Un bell’uomo. Per un istante temetti la sua reazione fisica.  Sorrise, invece, e rispose pacatamene seppure con risolutezza: “Non è andata come sostiene il sigr Bettega”. Poi, in dialetto: “Mi e gha deto: "Si voi tuti non la smetete de far casino e de protestar ve faso un cesto"”. Una risata e  seguire: “Dài che ora le faccio assaggiare un buon bianco”. Trascorremmo parte del pomeriggio insieme a discorrere. Io scrissi un lungo articolo. Lui si beccò quattro domeniche di squalifica.

Ora che se ne è andato anziano ma non vecchio mi ritorna in mente insieme ad altri rari personaggi conosciuti durante il lungo percorso professionale e degni di un posticino nella memoria per le loro opere ma soprattutto per le loro qualità morali e intellettuali. Luigi Agnolin appartiene a questo gruppo di persone speciali intanto come arbitro figlio d’arte. Un direttore di gara talentuoso e istintivo proprio come alcuni dei campioni che veniva chiamato a dirigere in campo. 

Una sorta di Maradona in giacchetta nera il quale ebbe il coraggio, un giorno durante Argentina-Uruguay, di annullare proprio un gol di Diego. Il calcio vissuto come un gioco, con lealtà ma anche con fantasia e con creatività e dunque con il sacro diritto di poter sbagliare in buona fede. Un simbolo un poco “anarchico” per il calcio italiano e mondiale da lui frequentato in lungo e in largo e che non prevedeva la presenza di “ragionieri”, seppure onesti, alla Collina. Una categoria di “pesci freddi” che Agnolin detestava.