La Sla colpisce i calciatori con una frequenza superiore di quanto accada alla popolazione generale. E quanto più in alto si va nella piramide del calcio professionistico, tanto più i numeri si fanno pesanti e preoccupanti. Sono questi gli inquietanti dati resi noti nella giornata di ieri, contenuti in una ricerca condotta da Ettore Beghi e Elisabetta Pupillo dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano in collaborazione con Letizia Mazzini l'Ospedale Universitario di Novara e Nicola Vanacore dell'Istituto Superiore di Sanità.

L'esito della ricerca afferma che il rischio di sclerosi laterale amiotrofica è per i calciatori 2 volte superiore rispetto alla popolazione generale, e che tale rischio diventa addirittura 6 volte maggiore nel caso di calciatori di Serie A . E ciò prefigura che quanto più elevato sia l'impegno agonistico richiesto, e quanto più esigenti le sollecitazioni per il fisico dell'atleta, tanto più il rischio diventi incombente. Quanto alla causa di questa correlazione, essa rimane un mistero. Né, del resto, il focus dell'indagine era questo. Obiettivo del lavoro condotto dall'equipe di ricerca, i cui risultati verranno presentati al meeting annuale dell'American Academy of Neurology (Philadelphia, 4-11 maggio 2019), era quello di compiere una fotografia statistica dell'incidenza che la malattia ha avuto nel mondo del calcio professionistico italiano. E la stessa scelta della fonte per la selezione del campione testimonia quale sia stato lo scopo dell'indagine. Le informazioni sulla popolazione dei calciatori professionisti italiani, lungo l'arco di tempo dalla stagione 1959-60 alla stagione 1999-2000, sono state ricavate dagli album dei calciatori Panini. Ne è sortita una popolazione di calciatori da 23.875 persone, distribuite fra le Serie A, B e C. Su questa popolazione, i casi di Sla sono 32. I ricercatori li hanno anche distribuiti per ruolo. Il maggior numero di casi riguarda i centrocampisti: 14. Seguono i difensori (9), gli attaccanti (6) e i portieri (3).

Nella nota diffusa attraverso il sito dell'Istituto Mario Negri sono riportate le dichiarazioni di Ettore Beghi e Elisabetta Pupillo, grazie alle quali emerge un altro dato negativo per la popolazione dei calciatori: non soltanto essi presentano una maggiore incidenza della malattia, ma ne denotano anche un insorgere precoce. Infatti, nella popolazione generale la malattia si presenta in media all'età di 65,2 anni, mentre fra i calciatori ciò accade all'età di 43,3 anni, cioè con 22 anni di anticipo. Si tratta di risultanze che confermano una volta di più una relazione un po' troppo stretta e inquietante fra Sla e calcio professionistico. Purtroppo non si riesce ancora a trovare la causa, e tutte le ipotesi fin qui formulate rimangono tali, senza il supporto dell'evidenza scientifica. C'è invece un altro dato che merita di essere rilevato. Esso riguarda le conclusioni cui dieci anni fa, nel 2009, una commissione scientifica coordinata dalla Figc e presieduta dal professor Paolo Zeppilli escluse l'esistenza di una relazione fra calcio e Sla. In quell'occasione la causa della malattia venne attribuita a una predisposizione genetica. Fu questo il risultato di uno studio condotto dal professor Mario Sabatelli, e pubblicato sulla rivista medica inglese “Human Molecular Genetics”. I dati giunsero da un monitoraggio fatto su 245 pazienti. Per quella ricerca la Figc, allora presieduta da Giancarlo Abete, stanziò 250 mila euro. E parte della cifra fu finanziata dalla multa di 100 mila euro comminata al presidente genoano Enrico Preziosi, e frutto del patteggiamento con la Commissione disciplinare della Lega che andava a sostituire i 5 anni di inibizione proposti per il caso Genoa-Venezia. Fu lo stesso Preziosi a richiedere che quei 100 mila euro venissero destinati a finanziare la ricerca sulla Sla. Coscienza ripulita per tutti. Ricordiamo ciò che in quei giorni ci disse il compianto Carlo Petrini, commentando il risultato della ricerca: “Ma come fanno a escludere in assoluto qualsiasi nesso fra calcio e Sla? Dicano piuttosto che non sono riusciti a trovarlo”.

Il trionfalismo usato per presentare i dati di quella ricerca del 2009 ci è tornato in mente durante queste ore. E viene rafforzato da un giudizio che quattro anni fa venne pubblicato proprio sul sito dell'Istituto Mario Negri. Nel 2015 una nota firmata dagli stessi Ettore Beghi e Elisabetta Pupillo, oltre che da Andrea Millul passava in rassegna i dati di alcune ricerche sulla correlazione fra calcio e Sla. E in un passaggio dichiarava “criticabile l'affermazione che 'il calcio non è responsabile dell'insorgere della Sla' recentemente effettuata dopo la pubblicazione su 'Human Molecular Genetics' di una ricerca effettuata da ricercatori italiani”. Dalla pubblicazione di quella ricerca, e dalle trionfalistiche parole della Figc, sono trascorsi dieci anni. E nel frattempo i numeri sono rimasti impietosi. Si è buttato via tempo. E ora si cerchi di recuperarlo in fretta.