Perchè i calciatori dell’Atalanta - giovani o in via di maturazione - quando cambiano squadra, e il livello si innalza, deludono sempre e profondamente? Domanda non oziosa, né maliziosa. Dettata, casomai, da una realtà stringente. I nomi sul tappeto sono tre (Roberto Gagliardini, Bryan Cristante e Mattia Caldara), le squadre di riferimento altrettante (Inter, Roma, Juve/Milan), assai simile la curva di rendimento che confligge con una valutazione notevole (dai 22 ai 35 milioni a testa).  Cominciamo dal caso più fragoroso, anche se i media tendono a mimetizzarlo a causa dei numerosi infortuni patiti. Parlo di Mattia Caldara il cui recentissimo stop (tre mesi per uno strappo al gemello mediale) lo dirotterà in infermeria fino a gennaio 2019. Già preso dalla Juve per 25 milioni, Caldara non ha convinto Allegri durante le gare prestagionali della tournée americana. E’ stato in quel frangente che ai dirigenti bianconeri (Paratici in particolare mentre Marotta era contrario) è venuta l’idea di scambiarlo con Bonucci. Il quale, per la verità, era andato a Canossa già a fine febbraio, anche se restava il problema di come la Juve avrebbe potuto prenderlo, cioé con quale formula e, soprattuto, a quale cifra.

La possibilità di inserire Higuain nel pacchetto-Caldara (53 milioni in tutto), ha convinto Leonardo che, alla fine, avrebbe avuto l’attaccante argentino per una cifra mediamente bassa (18 milioni). Tuttavia il problema Caldara è solo stato spostato da Torino a Milano. Che la prima parte del 2018 - quando il difensore era ancora all’Atalanta - fosse stata costellata di assenze per infortunio (12 partite saltate) era noto a tutti. Ma che Caldara fosse abituato ad un solo tipo di calcio (la difesa a tre con marcature a uomo) è diventato chiaro prima alla Juve e poi al Milan. Certo, si pensava che l’adattamento alla difesa a quattro fosse più rapido e più fruttuoso. Che i miglioramenti - se mai vi sono stati in allenamento - incoraggiassero l’allenatore (più Gattuso di Allegri che se ne è disfatto subito) a qualche esperimento in più. Invece per Caldara c’è stato posto una sola volta in Nazionale, nella gara persa in Portogallo, e contro il Dudelange nella striminzita vittoria in Lussemburgo di Europa League. Il ragazzo finora non ha avuto fortuna (prima dolori alla schiena, poi un principio di pubalgia, adesso lo strappo), ma c’è qualcosa che all’Atalanta funzionava quasi perfettamente e al Milan non va, se Gattuso gli ha sistematicamente preferito Musacchio e, da ultimo, anche Zapata.

Il problema principale riguarda i movimenti coordinati con i compagni di reparto. Se il tuo primo riferimento è l’avversario, smarrisci il controllo a distanza con la palla. Facciamo un esempio a me caro perché molto didascalico. Cioè quando la palla, in possesso degli avversari, si muove a centrocampo. Si sa che con palla scoperta o libera - cioé non ostruita dalla pressione e del pressing - l’input è quello di scappare indietro, cioè abbassare la linea di difesa. Al contrario, se la palla è coperta, la linea deve alzarsi. Per fare questi due movimenti assai semplici bisogna, dunque, guardare la palla e muoversi di conseguenza nello spazio avanti e indietro. L’avversario non conta, almeno fino a quando non sarà  servito e, dunque, bisognerà contrastarlo. Tutto cambia, invece, se devo guardare prima l’uomo e poi la palla. Come cambia se a difendere siamo in tre (3-5-2) anziché due (difesa a quattro). Nel primo caso avremo sempre un compagno  che copre chi marca. Nel secondo bisognerà darsi copertura reciproca.

E’ strano che calciatori professionisti ipervalutati abbiano tanta difficoltà ad apprendere certi princìpi di gioco, ma se l’abitudine prende il sopravvento è normale che anche le convinzione risulti intaccata. Si finisce per giocare in base a quello che ti rassicura di più. Caldara ha ventiquattro anni, è alto 1,87 e pesa 80 chili. Un atleta perfetto e del tutto consono al calcio moderno. Non ha disimparato a giocare, deve solo farlo in un altro modo. Quando rientrerà, mezza stagione sarà andata, ma ce ne sarà un’altra metà in cui dimostrare, soprattutto a se stesso, che lui, tra gli ex atalantini, è l’eccezione e non la regola. Molta meno fiducia nutro in Bryan Cristante, 23 anni, passato in estate alla Roma. La colpa, in verità, non è del giocatore, ma fino a quando continuerà a essere considerato un centrale di centrocampo finirà per fare la riserva sia di De Rossi che di Nzonzi. Cristante, pur avendo anch’egli, al pari di Caldara, un fisico imponente (1,86 per 78 chilogrammi) per un anno è stato schierato da Gasperini come trequartista, ruolo che nella Roma doveva essere coperto da Pastore o da Perotti (attualmente infortunati) e che recentemente è stato assegnato a Pellegrini.
Il nodo, dunque, è tecnico-tattico. Se non un trequarti, Cristante è almeno una mezz’ala dedita all’incursione (“che si butta dentro” direbbero gli adepti del proto-linguaggio di Adani), visto che ha forza, tiro, stacco di testa (sui cross), una certa destrezza sulle seconde palle (quelle che secondo il meta-linguaggio di Marocchi vengono definitie “mezze e mezze”). Impostare e contenere non sono mestieri che gli appartengono. E non è che, siccome li ha fatti in passato, in altra serie A (Palermo, Pescara), sia in grado di ripetersi in un contesto più grande e più autorevole. Anzi, casomai, accade il contrario. Infatti finora Cristante ha giocato molti spezzoni di gara e realizzato un gol con il Chievo. E se a Gasperini vanno ascritti i meriti di averlo avanzato inventandogli un ruolo, a Di Francesco non si può imputare di averlo utilizzato male. Davanti l’allenatore della Roma ha soluzioni in abbondanza. Piuttosto, con trenta milioni, sarebbe stato più onesto acquistare un giocatore utile o funzionale. Dunque, delle due l’una: a Cristante, per una serie di circostanze ancora imperscrutabili, torna a fare il trequarti oppure cambia squadra. Ma chiaramente ad una cifra di molto inferiore a quella per la quale la Roma l’ha preso: 20 milioni più 10 legati ai bonus.

Infine - ma sarebbe più giusto scrivere all’inizio, perché molto cominciò da lui quasi due anni fa - c’è lo strano caso di Roberto Gagliardini. Nell’Inter non si può dire che non avesse cominciato bene, anzi. Pur pagato più del suo valore (22 milioni più 5,5 di bonus), a gennaio 2017 il giocatore ha avuto un rendimento apprezzabile fin quasi alla fine della stagione.  L’anno successivo (2017-2018) ha raccolto trenta presenze senza gol, il che dimostra quanto  fosse considerato dal suo allenatore. 
All’inizio di quest’anno è come imploso accompagnando l’avvio stentato della squadra di Spalletti. Ha perso il posto quando i risultati hanno cominciato ad arrivare e nessuno può sapere se ci fosse correlazione tra la sua assenza e le vittorie. Neppure a Roma, contro la Lazio, ha giocato dall’inizio (è entrato nel finale all’87 per Vecino). Eppure, privo di Nainggolan, questa volta Spalletti ha cambiato sistema di gioco passando dal 4-2-3-1 al 4-3-3. Il centrocampo era formato da Brozovic, centrale, che aveva ai lati Vecino e Joao Mario, uno che, al pari di Gagliardini è stato estromesso dalla lista Champions e che in questa stagione non aveva ancora giocato un  minuto. Le domande sono: quando gioca Gagliardini se non accade nemmeno quando sono fuori Nainggolan e Borja Valero?
Quale deve essere la sua condizione complessiva se Spalletti gli preferisce il portoghese destinato sicuramente ad andarsene al mercato di gennaio?  Mi pare chiaro che al momento Gagliardini non sia né un efficace interditore, né una mezzala di ordine e di assalto come è Vecino. Eppure non gli manca la stazza dell’uruguaiano (pesa meno ed è più alto del compagno di reparto), è che gli manca il senso dell’inserimento e, magari, il tiro da fuori. Non è un talento, ma potrebbe essere un ragionatore. Purtroppo il pensiero è lento e le gambe lo sono anche di più. Non è destinato alla scomparsa (anch’egli ha ventiquattro anni come Caldara), ma non è escluso il ridimensionamento. 

Peccato. Forse l’Atalanta illude. O forse la grandezza di quella società sta nell’esaltare fin troppo, attraverso un gioco unico, il valore del singolo. Fatto sta che Caldara e Cristante sono stati grandi solo in nerazzurro, mentre Gagliardini all’Inter si è progressivamente smagnetizzato. Non ci sono colpevoli da trovare. Casomai, da questo dato oggettivo, tocca alla gente del calcio far avanzare un’analisi e capire le ragioni.