Ho poche certezze nella vita, meno ancora nel calcio. Ma di una cosa sono sicuro: Rino Gattuso non allenerà il Milan nel prossimo campionato neppure se conquisterà il quarto posto e il diritto di partecipare alla prossima Champions League. Prima di tutto perché Gattuso è stato scelto dalla proprietà e del management precedenti, in secondo luogo perché non ha le phisique du role che il nuovo amministratore delegato, Ivan Gazidis (a anche Leonardo) esige. E poi perché gli manca un palmarès nazionale e internazionale (parlo, ovviamente, da allenatore), perché i suoi risultati al Milan sono stati buoni ma non eccezionali (l’eliminazione in Europa League pesa, come pesa la finale di Coppa Italia persa nettamente con la Juve), perché il suo è un nome che scalda ma non seduce la piazza.

I tifosi rossoneri possono essere più o meno d’accordo con queste valutazioni, però sono troppi gli indizi che portano proprio ad un’unica conclusione: il Milan cambierà allenatore e continuerà a pagare Gattuso fino al termine del contratto o fino a quando il tecnico troverà un’altra panchina. Quali sono questi indizi?

Il segnale più allarmante sono stati i giorni dell’abbandono che Gattuso ha affrontato a Milanello, dopo la sconfitta interna con la Fiorentina e il pareggio di Frosinone. Non solo la società non lo ha difeso, ma, con le assenze di Leonardo e Maldini, è come se ne avesse preso le distanze in vista di un probabilissimo esonero. Prima di quei due infelici risultati c’era stata l’improvvida uscita del presidente Paolo Scaroni alla festa natalizia del settore giovanile rossonero: “Gattuso sa che dobbiamo arrivare al quarto posto”. E Gattuso replicò gelido: “Noi siamo al quarto posto”, perché in effetti quella era la posizione al momento. Adesso il Milan è andato alla pausa quinto in classifica, ad un solo punto dalla Lazio. Ma se la squadra non avesse battuto la Spal il tam tam sull’esonero di Gattuso sarebbe ripartito, perché è visibile e anche palpabile che non ci sia piena fiducia in lui.

Il secondo indizio di questo complesso discorso è che quando Leonardo ha preso Paquetà l’ha fatto senza informare Gattuso. Così come non gli ha chiesto un parere a proposito di Ibrahimovic (forse non ce n’era bisogno, ma un po’ di forma non guasterebbe) o sul molto eventuale arrivo di Pato (già saltato). Per ultimo si è parlato di Muriel. L’allenatore l’ha appreso dai giornali o l’ha chiesto lui al direttore dell’area tecnico-sportiva? Il terzo indizio è un’excusatio non petita di Leonardo quando, alla vigilia della gara con la Spal, ha detto di non aver pensato di sostituire Gattuso. Il dirigente non ha detto una bugia, solo una mezza verità. Oggi, infatti, Gattuso non è stato sostituito perché non è sostituibile: i candidati sono pochi (Donadoni, Paulo Sousa, Guidolin, sempre che abbia ancora voglia di allenare) e nessuno accetterebbe di fare da traghettatore, cioé con il contratto in scadenza a giugno 2019.

Cosa può fare allora Gattuso per evitare di essere sollevato dall’incarico a fine stagione? Poco se - come credo io - la decisione è sostanzialmente presa e si tratta di stabilire se procedere verso un profilo di alto livello (Wenger o Conte) o una solida scommessa (potrebbe essere Di Francesco, ma è un mio pensiero, come lo è Simone Inzaghi). Tuttavia Gattuso deve fare ancora molto sul piano dei risultati: l’addio, decretato nonostante il quarto posto, suonerebbe come una profonda ingiustizia. A maggior ragione se il prossimo 16 gennaio, a Gedda, il suo Milan potesse alzare la Supercoppa italiana battendo la Juve (Allegri la perse da Montella). Infine resta la Coppa Italia nella quale, lo scorso anno, il Milan arrivò in finale eliminando Inter e Lazio. Ripetersi non è impossibile. Comunque vada (e con il recupero degli infortunati e un buon mercato di gennaio andrebbe meglio di adesso), la carriera di Rino non si fermerà a Milano. Per uno che è partito dal Sion in Svizzera con un presidente mezzo svitato, è passato da Zamparini, è sceso in Grecia, ha portato dalla C in serie B il Pisa, sfavorito e squattrinato, battendo il Foggia di De Zerbi, ricominciare sarà sempre un piacere. Perché lavorare duro non solo non lo spaventa, ma lo esalta.

@gia_pad