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Charles-Sivori-Boniperti: le figurine di Marchionne, la Juve lo ricorda in USA
Rispetto e ammirazione per il manager Sergio Marchionne che, andandosene così in fretta e praticamente senza accorgersi di nulla, lascia un vuoto nella galassia dell'imprenditoria automobilistica mondiale difficilmente colmabile almeno allo stato attuale. E' morto, oggi nella clinica di Zurigo a 66 anni appena compiuti, ignaro del fatto che il Consiglio della holding che lui dirigeva da quattordici anni lo aveva pensionato anzitempo. 

"Non preoccupatevi, tornerò presto" aveva detto ai suoi collaboratori più stretti prima che i medici gli praticassero l'anestesia che lo avrebbe inviato nel mondo dei sogni steso sul tavolo di metallo della sala chirurgica e coperto da un telo bianco. Non è più tornato indietro da quel mondo onirico composto da misteri che nessun umano è mai stato in grado di raccontare. Dal sonno artificiale al coma profondo e irreversibile Sergio Marchionne ha scollinato nell'ignoto da presidente in carica. Ciò che è accaduto in seguito non l'ha mai potuto sapere. Come il grande condottiero che muore in battaglia. 

Adesso le prime pagine dei giornali di tutto il mondo stanno per uscire piene di lui. Il manager e l'uomo. Racconti di lavoro e di vita che si sovrappongono e che sollecitano ciascuno a dire la sua. Nel bene come nel meno bene perché, come sempre accade nella vita, neppure Cristo il Nazareno ebbe la totalità dei consensi e a lui la maggioranza della piazza folle ed eccitata preferì Barabba. Lascia una compagna tanto più giovane di lui e due figli vissuti un po' troppo distrattamente, come sempre succede ai grandi manager troppo impegnati a combattere per occuparsi seriamente degli affetti. Come Gianni Agnelli che, soltanto dopo la morte del suo unico figlio maschio Edoardo, si accorse quanto aveva fallito nel suo ruolo di padre. Non è una critica, ma soltanto una riflessione seppure dolente. 

Mi viene in mente, ora, il robot "HAL 9000" del capolavoro cinematografico di Kubrick "2001 Odissea nello spazio". Prima di venir disattivato dal capitano dell'astronave diretta verso Giove perché ritenuto inaffidabile, chiede al suo "giustiziere" se una volta "spento" potrà continuare ancora a sognare. Una scena toccante, anche se il protagonista è un'intelligenza artificiale. Una domanda "epocale", alla quale noi umani non siamo in grado di dare una risposta, se non quella legata al concetto filosofico di speranza. Ebbene, se così fosse e se per davvero potessimo sopravvivere in eterno almeno come energia viaggiante nello spazio infinito, allora anche Sergio Marchionne esattamente come i miliardi e miliardi di altri esseri umani che lo hanno preceduto nel viaggio, ora potrebbe contare sulla consolazione di un sogno. 

Un sogno, tra i tanti, molto minimalista e di poco conto rispetto alla totalità del suo vissuto. Eppure così importante da essere confidato da lui stesso nel 2012 durante la presentazione della partnership tra Jeep e Juventus. Fu una delle poche volte che il presidente della FCA volle parlare di pallone e dichiarò pubblicamente: "Al calcio preferisco la Formula 1 e amo la Ferrari. Però confesso di essere juventino, seppure non praticante, non per ragioni aziendali ma di cuore. Da bambino facevo l'album delle figurine e, con mio papà, allo stadio di innamorai di Charles, Sivori e Boniperti, un trio delle meraviglie irripetibile. Avrei voluto essere uno di loro che vivevano anche nei miei sogni". 

Buon viaggio e buon riposo, presidente. La Juventus questa notte nell'America che, grazie a Marchionne, è diventata anche casa Fiat e dove la gente e lo stesso Trump chiamano il boss dell'FCA semplicemente "Sergio", giocherà contro il Bayern col lutto al braccio e prima del calcio d'inizio i giocatori faranno un minuto di silenzio. Per non disturbare troppo il sonno e i sogni di un uomo comunque speciale. 
 
Marco Bernardini
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