Da venti anni giocano con il loro papà su campi immensi che sembrano praterie e così verdi che li confondi con il mare dei paradisi perduti. Si allenano correndo avanti e indietro lungo la linea dell’arcobaleno. Sono sempre identici a loro stessi. Neppure una ruga a segnare i loro volti di bambini destinati a rimanere tali per sempre. Anche lui, il bracchetto Snoopy ha il pelo liscio e morbido da cucciolo il tartufo fresco e umido del cagnolino che sta a meraviglia. Il loro babbo li ha voluti con sé immediatamente il giorno stesso in cui ha dovuto dire basta perché aveva compiuto l’ultimo giro di giostra. Venti anni fa. Non poteva sopportare l’idea che, senza di lui, qualche sconsiderato li guastasse privandoli delle bellissime qualità che avevano contribuito a fare di quel gruppo la squadra più bella del mondo.

E’ la storia, questa, di Charles Schulz e dei suoi Peanuts. L’incredibile banda di “cartoons” delle strisce più memorabili mai pubblicate dall’editoria fumettistica. Videro la luce, negli Stati Uniti nel 1950 e per mezzo secolo furono i protagonisti di una saga senza eguali, per grandi e piccini, le cui vicende avevano come denominatore comune le cifre della simpatia e della tenerezza. Portatori sani di un virus amorevole: “La felicità è accarezzare un cucciolo caldo, stare a letti mentre fuori piove, passeggiare sull’erba a piedi nudi, il singhiozzo dopo che è passato”. Con queste parole di semplice ma profonda filosofia Charlie Brown si rivolgeva a suoi compagni di matita prima che tutti insieme scendessero in campo per giocare la loro ennesima partita vincente.

Baseball, rugby, hockey su ghiaccio, golf, tennis, pattinaggio e anche calcio. Erano grandi sportivi i Peanuts. Come il loro creatore. Un gruppo ingovernabile e autarchico, un’improbabile comunione di spiriti individualisti, e sognatori. Charlie Brown pessimo giocatore, al limite della pippa, ma grande allenatore-filosofo. Sosteneva: “Dicono che lo sport sia la rappresentazione della vita. Meno male che non è così, altrimenti non ci divertiremmo più”. Lucy addirittura come Maradona quando rubava il pallone a Schroeder e palleggiando da autentico talento andava a fare gol. Linus sbandierava la sua irrinunciabile copertina. Snoopy, dall’alto della sua cuccia, faceva l’arbitro con la collaborazione di Woodstock. Piperita Patty urlava come un ultras e nello spogliatoio si festeggiava mangiando succulente fette del Grande Cocomero.

Dopo di loro, più nessuno così. Ricordarli fa bene al cuore. Riviverli è un dovere. Rivederli è possibile. Dopo il temporale, quando nel cielo compare l’arcobaleno. Sfilano, come in un film, dietro il loro babbo che non li ha mai abbandonati e che li ha voluti con sé, subito dopo la partenza, perché lasciarli in questo mondo nelle mani degli adulti sarebbe stato troppo pericoloso.

@matattachia