Se c’è un giocatore che negli ultimi vent’anni ha riassunto nel suo gioco tutta la filosofia olandese, quello è Wesley Sneijder, il fuoriclasse che proprio in questi giorni a 35 anni ha detto basta, mi fermo qui. Farà il dirigente, nell’Utrecht, il club della sua città. La sua carriera è stata straordinaria: ha disputato tre Mondiali e tre Europei (134 presenze e 31 gol con l’Olanda), ha vestito le maglie di Ajax (club in cui è cresciuto), Real Madrid, Inter (dal 2009 al 2013), Galatasaray e Nizza, prima di monetizzare gli ultimi lampi in Qatar, all’Al-Gharafa. 

Ha vinto il campionato in Olanda, Spagna e Italia; c’è la sua firma sulla conquista del Triplete nerazzurro. La sua carriera dice molto, ma non abbastanza. Sneijder nei suoi anni migliori è stato un centrocampista totale, un 10 per mancanza di prove, in realtà una mezzala completa, capace di fare tutto, per Van Basten "il miglior centrocampista che l’Olanda abbia mai prodotto". Non solo un uomo-squadra, ma una squadra riassunta in un solo uomo. Il suo gioco era essenziale, niente di superfluo, tutto in funzione della squadra. Un passaggio, un assist, una verticalizzazione, un inserimento, un recupero. E’ stato un bignami di Calcio Totale. Non avrebbe sfigurato affatto nell’Olanda anni ’70 di Cruyff o in quella - successiva - di Van Basten e Gullit che vinse l’Europeo nel 1988. La sua generazione - quella dei Robben, Van Persie, Van der Vaart - ha perso in bellezza tutte le occasioni che poteva perdere, senza rimpianti.  Nell’Inter del Triplete Sneijder era il braccio armato di Mourinho, l’uomo degli equilibri, il faro verso cui guardare quando cala il buio. Aveva personalità, fantasia, lettura di gioco. Il rapporto con Josè Mourinho è stato speciale. "Per Mou sarei stato pronto a uccidere", ha detto Wesley qualche tempo fa. L’impatto con San Siro fu spettacolare. Era arrivato da meno di quarantott’ore, aveva appena posato la valigia in albergo quando scese in campo in un derby passato alla storia: 4-0, tripudio Inter. Memorabili i suoi gol decisivi per le rimonte contro Siena, Dinamo Kiev e Barcellona. Il 2010 è stato il suo anno. Avrebbe meritato probabilmente il Pallone d’Oro, che invece vide sul podio i tre del Barcellona, Messi, Iniesta (che decise con un gol la finale del Mondiale proprio contro l’Olanda) e Xavi. Anzi, l’avrebbe vinto lui. Per i giornalisti - che lo piazzarono al primo posto con 2 voti in più di Iniesta (293 contro 291) - fu Wesley il migliore di quel 2010. 

Sembrava fatto d’acciaio, buttarlo giù era quasi impossibile. Favorito dal baricentro basso, Sneijder ha sempre fatto della dinamicità (unita alla leggerezza) la sua cifra stilistica. Era geometrico e pragmatico, destro di piede, calciava senza indugi anche col sinistro: strepitose certe «lecche» da fuori area, quasi sempre sul palo più lontano. E’ stato il re dell’assist. Col sinistro va a pescare lo scatto di Eto’o a Stamford Bridge, in una delle partite-poster dell’Inter del Triplete. Col destro «taglia» il campo e lancia la fuga di Robben nella finale del Mondiale sudafricano (Robben si farà poi parare il tiro da Casillas). Era bello da vedere, Wesley. Bello come lo sono certi fuoriclasse che sembrano nati per giocare a pallone.