Svegliarsi e maledire il “buongiorno” perché le luci dell’alba hanno portato un giorno niente buono. Infame. Leggere, come prima notizia, della morte di Nadia Toffa. Una collega e amica di appena quarant’anni. Bella come il sole, sbarazzina come il vento tra i capelli. Un evento annunciato perché quando la Bestia attacca un organo fondamentale come il cervello sfangarla è quasi impossibile. Salvo miracoli, naturalmente. Nadia, per quel che ne so, non credeva nei miracoli. Era una “avatariana” convinta che il vero mistero dell’uomo fosse scritto nel grande libro della natura con la quale ciascuno di noi alla fine si riunisce per fornire nuova energia all’universo. Nadia, però, credeva con fermezza e con potenza nei valori fondanti dell’esistenza umana e della partecipazione. Quelle della giustizia e della verità erano le bandiere che aveva issato prima di intraprendere la sua marcia professionale e civile ce l’avrebbe condotta a combattere mille battaglie. 

Il suo esercito era quello delle “Iene”. I guerriglieri non violenti di una televisione intelligente che sapeva miscelare in dosi perfette la denuncia e l’ironia rendendo popolare un lavoro che, altrimenti, sarebbe stato appesantito dall'eccessiva seriosità e quindi soltanto apprezzato da poche elites. Le sconcezze, gli abusi, le truffe, gli inganni, le violenze fisiche e morali, il perbenismo di facciata, l’intolleranza. In una parola la disumanità applicata al quotidiano. Tutti questi erano e sono i fronti sui quali si battevano e si battono le Iene. Continueranno a farlo anche nel nome della giovane compagna che fisicamente non c’è più ma la quale, ne sono certo, collaborerà ancora dal luogo in cui è andata. Mancherà qualcosa, certamente, alla missione. Soprattutto la dolcezza di una giovane donna per la quale la definizione di “Iena” era un paradosso, tranne che per la grinta che ci metteva nei suoi assalti contro il Male della società e poi anche contro quello che la stava rosicchiando.  La guerra privata di Nadia è finita male. Eppure è servita anche quella perché giorno dopo giorno, dal momento in cui un anno e mezzo fa il cancro aveva cominciato la sua opera di devastazione, lei non aveva esitato a rendere pubblico il suo stato di possibile condannata a morte. Non per impietosire o per desiderio di spettacolarizzazione, ma per comunicare al mondo il messaggio nel quale credeva fermamente. Ce la si potrebbe anche fare. Comunque sia, “non ancora, non ancora” come diceva il Gladiatore Quinto Fabio Massimo nel bellissimo film di Riddley Scott. L’importante era combattere, sino all’ultimo lancio di dadi. Ora Nadia è diventata un tenero pensiero, come una nuvola. Eppure ci sarà chi potrà ancora vederla. Totò, il suo cagnolino. Non si lasciavano mai. E la bestiola quando vorrà due coccole si metterà con la pancia all’aria per ricevere i grattini. Fino a quando, stanco di sentirsi solo, deciderà di raggiungere la sua padroncina. Ci sono un sacco di luoghi fantastici e di profumi nuovi da annusare dove si è trasferita Nadia.