Dove alleneranno l’anno prossimo Antonio Conte e Josè Mourinho?

Il rischio che non trovino una panchina di loro gradimento non è più solo teorico, ma concreto e, dunque, reale.

Nessuno - forse nemmeno l’interessato - si aspettava il ritorno di Zinedine Zidane al Real Madrid. Nè a giugno, né tantomeno ora. Ma i soldi (dodici milioni netti l’anno più bonus) e le promesse di una campagna acquisti faraonica hanno tolto dal mercato il successore designato da Andrea Agnelli al posto di Allegri.

La Juve adesso ha tre strade: o ricucire con Allegri o cercare un altro allenatore anche perché, punto nell’orgoglio per lo scetticismo del presidente, potrebbe essere proprio Allegri a lasciare. 

Soluzione numero 1: Allegri va all’Inter, come vorrebbe Marotta, per vincere uno o più scudetti dove mancano da un po’ e Conte diventa un nome caldo per tornare ad indossare il bianconero. 

Soluzione numero 2: Allegri si prende un anno sabbatico o sbarca in Inghilterra (ma non vedo posti liberi a parte, forse, il Chelsea) e, accanto a Conte, Agnelli mette in agenda il nome di Deschamps, un’idea che non entusiasma nessuno.

Soluzione numero 3: Allegri decide di restare dov’è e il discorso-Juve si chiude sia per Conte che per Deschamps.

A quel punto Conte potrebbe accettare l’Inter, società che lo ha considerato una prima scelta fin da quando l’allenatore ha dato la sua disponibilità. Mourinho lo segue a ruota sia perché sarebbe gradito ai tifosi, sia perché l’Inter è il posto dove ha vinto di più in rapporto ai soli due anni in cui è rimasto. Volata a due. Ma chi vince lascia a piedi l’altro. Naturalmente sto dando per scontato che Luciano Spalletti se ne vada. In proposito ho meno dubbi che ciò accada di quanti non me ne siano venuti per Allegri. Ho detto e scritto che l’allenatore della Juve cambierà e non mi smentisco adesso, anche se è chiaro a tutti che non sarà Zidane a sostituirlo. 

Riassumendo: uno tra Conte e Mourinho all’Inter. Uno tra Conte e Deschamps alla Juve.
A lume di naso potrebbe essere proprio il portoghese a restare per strada (sembrava il più papabile per il Real Madrid) se non fosse che Bayern Monaco e Paris Saint Germain sono usciti malissimo dalla Champions League. E il calcio è un’azienda in cui il fattore emotivo conta più di un’analisi costi-benefici.

I francesi hanno di fatto conquistato l’ennesimo campionato, i tedeschi hanno agganciato il testa il Borussia Dortmund, ormai in calo. Ma per certi club vincere Ligue 1 e Bundesliga non basta più e le dirigenze stanno riflettendo sul futuro di Tuchel (più saldo) e di Kovac (in piena tempesta tecnico-mediatica). Nel frattempo Mourinho è stato avvistato in qualche stadio francese ed è l’allenatore che con l’Inter, nel 2010, superò proprio il Bayern nella finale di Madrid. 

A Monaco ha già allenato Guardiola, senza centrare la Champions, a Monaco potrebbe arrivare Josè per provare a far meglio del suo antagonista. Ma il Bayern ha una squadra vecchia e in parte usurata e porsi certi obiettivi è sicuramente velleitario, a meno di una campagna di rafforzamento di prima qualità. Improbabile.

Perciò Mourinho, da una parte dovrebbe “accontentarsi” di una rosa non eccezionale, e dall’altra accettare di fare da parafulmine di fronte alle esigenze molto alte dei tifosi. Tanto per capirci, è più facile che la Champions la vinca il Paris Saint Germain (sempre che non partano Neymar e Mbappé) piuttosto che un Bayern quasi decotto.

Oltre a Spalletti (partente) e Di Francesco (partito) in Italia si dà per scontato anche l’addio di Pioli alla Fiorentina e quello di Giampaolo (Sampdoria). A parte quest’ultimo (Fiorentina o Roma), tutti gli altri viaggiano a vista. A chi scade il contratto non verrà rinnovato, chi è stato (o sarà) esonerato si godrà i soldi della società che lo aveva ingaggiato. 

A Roma arriverà Sarri nel caso in cui lo licenzino dal Chelsea (ma corre ancora per il quarto posto dopo aver perso la finale di Coppa di Lega ai rigori), mentre ci sarà molto movimento tra le medio-piccole della nostra serie A.

Prima di altri, però, si saprà di Antonio e Josè, solo un anno fa finalisti di FA Cup (vinse Conte) e oggi spettatori inquieti di uno spettacolo che fa già a meno di loro.