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Dagli Abbagnale a Reagan-Gorbaciov: tutti in piedi per il cowboy Galeazzi
Oggi, primo giorno del nuovo anno, saremo travolti televisivamente e non da una cascata di oroscopi redatti da astrologi più o meno credibili al cui fascino però ciascuno di noi vorrà cedere perché, alla fine non si sa mai. Ieri, nella “Domenica in” di zia Mara la tradizione della lettura del futuro è stata puntualmente rispettata, segno per segno. In qualità di ospite del salotto di Rai Uno c’era anche un mio buon amico, oltreché coetaneo e collega. Giampiero Galeazzi che gli appassionati sportivi e non hanno conosciuto come “bisteccone”. 

E’ stato commovente e toccante assistere al siparietto surreale tra la conduttrice e il giornalista nell’attimo in cui si parlava del domani. Galeazzi, seduto su una sedia a rotelle, con grande semplicità e senso dell’ironia confidava che per lui era paradossale parlare di queste cose tagliava corto affermando: “Io sono arrivato agli ultimi cinquecento metri della mia corsa”. Il morbo di Parkinson non perdona. Credo che sia assolutamente doveroso che tutto noi ci si alzi in piedi per applaudire e tributare una standing ovation a un uomo, oggi settantaduenne, che ha tenuto compagnia con competenza e con simpatia nelle occasioni più diverse e più disparate al pubblico appassionato di sport. La “sua”televisione e il suo modo di proporsi allo spettatore non è mai stato convenzionale e soprattutto mai banale. Da uomo di sport praticante, campione di canottaggio ai tempi della gioventù, ha saputo trasmettere empatia ed emozioni autentiche raccontando avvenimenti di ogni genere. Dalle mitiche imprese del fratelli Abbagnale alle performances internazionali dei più celebrati campioni del tennis. Come affabulatore e cronista di queste due discipline, Giampiero è stato un vero maestro. Poi c’era anche il calcio, naturalmente. Non sottile e graffiante come Beppe Viola, ma egualmente provvisto di uno stile tutto suo e comunque diverso da quello del branco, Galeazzi ha fornito l’esempio di come si possa essere seri e divertenti nello stesso momento senza cadere mai nell’esagerazione e nella cialtroneria. Il coraggio, poi, di sapersi anche prendere in giro prestandosi alla parodia di se stesso ha rappresentato un segno distintivo per la sua lunga carriera professionale. Ho il ricordo coniugato con mille avventure, tutte puntualmente terminate con le gambe sotto il tavolo di un ristorante nel quale, sino a notte fonda, mi impegnavo inutilmente a tenergli testa tra portate e bottiglie come una sera a Puebla, in Messico, dove si guadagnò in pieno la medaglia di favoloso “bisteccone” e io per un pelo non finii ricoverato per indigestione.

La Rai ei suoi direttori si sono sempre affidati a lui e fidati di lui perché sapevano di poter contare su un professionista a tutto tondo. Un Festival di Sanremo voluto da Pippo Baudo, camei assortiti in film di cassetta dove non nascondeva la sua lazialità, soprattutto nel 1986  a Reykjavik quando gli dissero di abbandonare il servizio sulla Juventus, impegnata in Coppa contro il Valur, per seguire e raccontare lo storico incontro tra Gorbaciov e Reagan. Lui, con quel suo cappello in testa da cowboy, volle e riuscì a realizzare entrambi i servizi. Impossibile non volerti bene, Giampiero. E ora, ti prego, fai in modo che questi 500 metri siano lunghissimi come 500 chilometri. Corri piano, per favore. Il traguardo può ancora attendere, intanto goditi questi applausi meritati.

Marco Bernardini

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