“Ibrahimovic darà una scossa a una squadra spenta e la rilancerà con la sua personalità”. Così dicevano quasi tutti i tifosi rossoneri la settimana scorsa, in attesa del suo debutto. Poi, però, sono bastati 39 minuti contro la Sampdoria, uno in più dei suoi anni, per correggere lo slogan. “Ibrahimovic da solo non basta”. E’ questa l’amara, ma non sorprendente, verità affiorata dal campo. La storia del calcio, infatti, ricorda che un campione può risolvere una partita, ma da solo non può vincere un campionato, come lo stesso Ibrahimovic non è riuscito a fare neppure in America, se ha compagni di livello modesto.

Per rimanere nel nostro campionato, l’esempio più clamoroso è quello di Maradona che arrivò in Italia quando aveva 23 anni, ma nonostante le enormi aspettative dovette aspettare la terza stagione per regalare uno storico scudetto al Napoli. Il problema, quindi, non è l’età di Ibrahimovic, che comunque ha 15 anni più del primo Maradona, ma chi gli sta attorno perché non basterebbe nemmeno il suo primo gol per far vincere il Milan sabato a Cagliari, se alle sue spalle Calabria regalasse altri assist agli avversari, e più in generale i vari Suso e Calhanoglu non fossero in grado di smarcare lui e il suo compagno preferito Leao. Visto che Ibrahimovic non basta per sognare un posto europeo, bisogna arrendersi all’evidenza che questa è un’altra stagione buttata via per colpa delle scelte estive, a cominciare da quella subito rinnegata di Giampaolo. E siccome una grande squadra è sempre figlia di una grande società, come sanno benissimo Boban e Maldini, il vero problema del Milan è proprio l’assenza di una proprietà, che sia davvero interessata al calcio come fine a livello sportivo, più che come mezzo a livello finanziario. Ecco perché, ripensando al ruolo provvisorio del fondo Elliott, che detiene il controllo della società con la speranza di guadagnarci rivendendola a un nuovo acquirente, per il bene del Milan bisogna augurarsi che siano vere le voci sempre più insistenti sulla trattativa con l’imprenditore francese Bernard Arnauld, proprietario del gruppo di lusso LVMH.

Paul Singer, numero uno del fondo Elliott, non si è mai visto né a Milanello, né a San Siro, perché per lui il Milan è soltanto una minima parte dei suoi interessi e siccome non ha alcuna competenza sportiva, si è affidato a un amministratore delegato straniero, Gazidis, del tutto all’oscuro della realtà italiana, pensando che bastassero grandi nomi come Leonardo, Maldini e Boban per ottenere risultati. Senza una guida forte e presente, con una struttura societaria snella, è difficile però trovare un’intesa e infatti Boban e Maldini prima di decidere quali giocatori prendere devono parlare con Gazidis, che a sua volta deve chiedere l’autorizzazione al fondo Elliott, spesso contrario, mentre Scaroni è un semplice presidente di facciata come lo furono negli anni bui del Milan, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta i vari Pardi, Morazzoni e Lo Verde. Proprio ricordando gli undici anni passati dallo scudetto del 1968, con il presidente Carraro e Rocco in panchina, a quello del 1979 con Felice Colombo alla presidenza e Liedholm allenatore, e poi le due stagioni in serie B prima del ritorno alla gloria con Berlusconi, è meglio chiudere in fretta questa anonima parentesi.

Ben venga Arnauld, quindi, con la speranza che non porti soltanto una lussuosa valigia piena di milioni, ma soprattutto che li sappia investire bene, scegliendo dirigenti capaci di trovare campioni veri per un nuovo grande Milan. Con una squadra di giovani, infatti, si può puntare a vincere il torneo di Viareggio, ma non si arriva nemmeno in Europa League. Guarda caso hanno capito tutti che Ibrahimovic non basta in campo, mentre Elliott non basta più fuori. Perché il tempo della pazienza è scaduto.