Esonerare Rino Gattuso dalla guida tecnica del Milan sarebbe, oltre che profondamente ingiusto, del tutto inutile. Primo, perché se l’allenatore è in parte colpevole delle ultime prove negative, la medesima responsabilità deve essere attribuita alla dirigenza che non gli ha allestito una rosa all’altezza. Secondo, perché Gattuso, fino al derby e prima della gara persa con il Betis in Europa League,  aveva dimostrato di saper dare alla squadra un’identità di gioco (apprezzato dalla critica) e una continuità di risultati (apprezzati dai tifosi).
Terzo, perché il tecnico ha creato empatia con i giocatori attraverso il lavoro, la sincerità e l’assunzione di responsabilità - doti rare nell’ambiente del calcio - spesso fino a scagionare gli stessi da prestazioni assai scadenti. Quarto, perché Conte non si può assumere causa altissimo ingaggio e modestia dell’organico. 
Quinto, perché Donadoni non può essere la soluzione: è certamente più esperto di Gattuso, ma non credo che possa fare meglio di lui, come dimostrano le precedenti esperienze. Scrivo tutto questo con la morte nel cuore.

Apprezzo Gattuso e mi provocherebbe grande dispiacere il suo esonero. Sono stato compagno di corso di Donadoni quando affrontammo l’abilitazione per l’Uefa B, il primo gradino dei tre livelli di allenatore. Con lui, nonostante la sua riservatezza, credo di avere costruito - era il 1998, vent’anni fa esatti - un buon rapporto. Non vorrei che esso si guastasse per un’opinione, del tutto personale. Ma sono un giornalista: questo mi impongo, questo mi viene richiesto. Non di parlare male, ma di dire qualcosa di chiaro, significativo, sensato. Ormai siamo di fronte ad un bivio. Gattuso ha due partite, la Sampdoria, domenica, e il recupero con il Genoa, mercoledì, entrambe in casa, per riprendere una rotta quasi perduta. La squadra è con lui, ma non più con se stessa. Avverte la pressione di San Siro (anche quando, come giovedì, era mezzo vuoto) e questa pressione la fa sbagliare. Smania nel tentativo di recuperare (pallone, risultato, sicurezza), smarrendo equilibrio e copertura. Alcuni giocatori portano troppo la palla (anche perché non sanno dove appoggiarla) e altri (vedi Higuain) la vedono poco o non la vedono mai. Il momento è gramo perché il derby ha lasciato scorie difficili da espellere.
Di certo Rino ha sbagliato a cambiare così tanto dopo la sconfitta con l’Inter (sei elementi), però se non l’avesse fatto gli avremmo imputato un’immobilità dannosa sia per i titolari (si sarebbero affaticati avendo quattro gare in dieci giorni) e la scarsa considerazione per i rincalzi. Purtroppo tra essi vi sono elementi poco o per nulla adatti alla causa. Parlo di Borini che, a furia di cambiare ruolo, non sa più cos’è o che cosa è stato. Cito Bakayoko, un centrocampista molle e compassato, incapace di fare il centrale e carente anche come mezz’ala. Prima di confrontarsi con l’allenatore, il neo direttore generale dell’area tecnica dovrebbe interrogare se stesso e riflettere, chessò, su Caldara, valutato tecnicamente quaranta milioni, e al quale Gattuso preferisce sia Musacchio, sia Zapata. Ora se Caldara invece è un fenomeno, Gattuso andrebbe cacciato subito in quanto autolesionista. Ma se così non fosse (e per me così non è), allora la riflessione va fatta su Leonardo e, in subordine, su Maldini, ma solo perché quest’ultimo è arrivato dopo.

Avrei qualcosa da ridire anche a proposito dell’obiettivo dichiarato della stagione, ovvero il quarto posto che assicura la Champions. Per me, Juve, Napoli e Inter stanno due o tre livelli sopra il Milan. Roma e Lazio hanno una qualità complessiva che in casa rossonera forse qualcuno immaginava, ma non c’è. Avanzo con tre esempi. Chi è il sostituto del già non brillantissimo Biglia? E Calabria può essere un titolare quasi inamovibile? Siamo così sicuri che Calhanoglu sia un campione? Io, per mio conto, sono convinto che Gattuso sia un buon allenatore. La sorte ha voluto che non trovasse mai situazioni facili. A Pisa ha fatto un capolavoro (promozione dalla C alla B) e un altro l’ha sfiorato con una salvezza che sarebbe stata miracolosa, mentre la società stava saltando. Al di là dei risultati - superiori per ora e per esempio a quelli di un altro bravo allenatore come De Zerbi - Gattuso studia, si aggiorna, fa autocritica, rivede convinzioni, corregge i concetti, modifica sistemi di gioco anche se non i principi.
E’ giovane, ma ha saggezza: impara dai suoi errori e non si vergogna di ammetterli. E’ fedele al mandato che gli è stato affidato e accetta le regole del gioco. Sa che può saltare, ma non urla, non si arrabbia, né si scompone. Chi viene dal poco, e ha imparato a conviverci, non ha paura del peggio.