L’incipit è folgorante per la sua potenza visionaria. “Uscii dalla pancia di mia madre e presi subito una pallonata in faccia. Poi raccolsi quel pallone con le mani e non lo lasciai mai più”. Comincia così lo spettacolo teatrale, la cui prima andrà in scena questa sera nella sala dello “Campo teatrale” di Milano, scritto, diretto e recitato da Gianfelice Facchetti. Un artista di livello, ormai quarantacinquenne, che è anche il figlio  di quel grande campione e gentiluomo che fu il capitano dell’Inter e della nazionale italiana.

Un lavoro teatrale senza colori o bandiere. Nulla di nerazzurro, insomma, dove la figura del genitore al massimo si limita ad occhieggiare o a farsi percepire nell’aria in maniera assolutamente discreta veicolata dalla voce del protagonista affabulatore il quale con questo piccolo gioiello drammaturgico si rivolge alla grande comunità del popolo tifoso. Il tifoso di una squadra, certamente, ma soprattutto il tifoso del pallone che è un gioco normale per persone normali. Almeno lo era.

“La tribù del calcio show” è il titolo di questa performance da non perdere che Facchetti ha fatto sua con una rilettura del celebre saggio scritto a suo tempo dall’inglese Desmond Morris il quale riuscì in maniera esemplare a raccontare la genesi del tifo calcistico e la sua evoluzione. Oggi, da quel tempo, le cose sono profondamente cambiate e la stessa tipologia del tifoso ha assunto connotazioni ben differenti da quella originale e non sempre in meglio.

Lo scopo di Gianfelice Facchetti, il quale in scena è supportato dalla ”Banda del fuorigioco”, è quello di prendere per mano lo spettatore e di accompagnarlo attraverso lo specchio di Alice in quel Paese delle Meraviglie il quale malgrado i mutamenti è dentro ciascuno di noi. Immutabile, ricco di fascino, di poesia e di umanità. Qui si ritroverà il tifoso normale, con le sue ansie e con le sue gioie, a rivivere le emozioni che può provare solamente chi appartiene alla tribù del calcio. E in questo posto delle fragole, evocato con grazia da Facchetti, compariranno i volti del mitico Pelè e quello di Ghiggia che fece piangere l’intero Brasile. Ma anche quello di Denis Bergamini, il giocatore del Cosenza trovato senza vita nel 1989 e frettolosamente liquidato con il termine suicidio salvo poi, anni dopo, scoprire che in realtà si era trattato di un barbaro assassinio.

Calcio insomma ma anche moltissimo di altro in questo nuovo lavoro teatrale del figlio di un grande campione nato con il pallone in mano e cresciuto sino a diventare, in teatro anziché sul prato di un campo da gioco, un punto di riferimento importante per la cultura e per lo spirito sociale del nostro Paese.