Padre nigeriano, mamma ligure e accento... toscano. Joseph Doyo Oshadogan. Chi se lo ricorda? Ex difensore - tra le altre - di Foggia e Reggina, nel 1996 è stato il primo giocatore di colore a vestire la maglia dell'Italia giocando con l'Under 21 di Cesare Maldini: "Bellissima esperienza - racconta in esclusiva a Calciomercato.com - l'ho vissuta come tutti gli altri".


Quanto rumore ha fatto la tua convocazione?
"Era un periodo meno mediatico rispetto a quello attuale, ma è stato comunque un evento. Un passaggio storico in un periodo nel quale c'erano Fiona May nell'atletica e Carlton Myers nel basket. Si parlava molto di nuovi volti italiani. Una figura importante è stato Mauro Valeri, un amico scomparso poco fa che ha scritto storie importanti e ha fatto conoscere i neri italiani. Il mio stupore fu nel leggere alcuni articoli".

Cioè?
"Mi ricordo il titolo di un famoso quotidiano quando debuttai nell'Under 19: 'Da negro ad azzurro'. Ma chi come me ha una famiglia dove le culture si mischiano, vede il mondo nel modo giusto. Io non ho mai dato colori alle persone".

Avresti potuto giocare anche con la Nigeria?
"Sì, loro mi avevano chiamato nel 1993 per il Mondiale Under 17 a Firenze. Io dissi di no perché volevo aspettare l'Italia".

Raccontaci il debutto in Azzurro.
"Quando mi dissero della convocazione ero a Foggia, all'inizio non ci credevo. Prima della partita ero un po' intimorito, ma Coco mi tranquillizzò dicendomi di fare quello che sapevo. Vincemmo con una tripletta di Lucarelli, un ragazzo vero che ho rincontrato sempre con piacere".


Che idea ti sei fatto della situazione attuale sul fenomeno razzismo?
"A distanza di 25 anni il mondo del calcio e le istituzioni stanno diventato più sensibili al problema. Qualcosa si sta muovendo. Il progresso c'è, anche se è lento perché deve mettere d'accordo tutti. I giocatori devono avere fiducia nelle istituzioni, che hanno bisogno di tempo per lavorare".

Cos'è cambiato rispetto al passato?
"Storicamente è un momento più complesso nella società italiana. C'è molta più esasperazione rispetto a vent'anni fa, quando il clima era più sereno. Quando un Paese sta bene, di certe cose se ne parla in maniera più tranquilla, oggi in Italia ci sono molti problemi e per questo alcuni fenomeni vengono esasperati. Ora la gente si sfoga sui social, scrivendo cose che non direbbe mai faccia a faccia".

Ti è mai capitato di essere stato vittima di razzismo?
"Mi è successo quando nessuno ascoltava ed ero solo contro tutti. A quel punto fai presente il problema e cerchi di andare avanti. Sono sempre stato al servizio del movimento perché mi sento italiano in tutto e per tutto. E vorrei sottolineare che l'Italia, quella vera, è fantastica. Siamo un Paese pieno di risorse in ogni campo. Il vero italiano non è razzista".

Ti sei rivisto un po' in quel pallone scaraventato in tribuna da Balotelli?
"Ho capito il suo gesto, perché ci sono passato anch'io. Capisco l'emotività, è difficile gestirla in quei momenti".

Come si combatte questo fenomeno?
"Noi adulti dobbiamo imparare dai bambini, che certe cose nemmeno le pensano. Il problema va combattuto dal basso, parlandone nelle scuole e nelle famiglie. La diversità non può essere motivo di rabbia".


Nel 1999-00 ti aveva preso la Roma con la quale non hai mai giocato. Rimpianti?
"No, è stata la mia sliding door. Avevo 23 anni: o stavo in giallorosso a fare la settima scelta o andavo a giocare in un club di livello più basso. Andai in comproprietà alla Reggina, che alla fine mi riscattò alle buste. Per me andò bene così, e la Roma prese Zebina".

Nel 2003 sei passato dalla Serie B con il Cosenza alal Champions League col Monaco. Che esperienza è stata?
"A parte l'infortunio bellissima. Mi sono operato tre volte al ginocchio e ho giocato poco. Era un gruppo bellissimo dove c'erano Flavio Roma, Evra, Giuly... Ludovic è stato uno dei capitani più capitano che ho avuto in carriera. Sapeva fare il leader". 

La finale con il Porto di Mourinho l'hai vissuta dalla tribuna. Cosa ti è rimasto di quella serata?
"La medaglia a fine partita. L'ho vissuta male, perché è stato come svegliarsi da un sogno. Mi ricordo il silenzio assoluto nello spogliatoio. Quando arrivi fino in fondo pensi solo a portare a casa la Coppa, non alla possibile sconfitta".

Alla Ternana eri finito fuori rosa e ti sei presentato all'allenamento vestito da golfista. Cos'era successo?
"Avevamo la squadra per andare in Serie A, c'erano Frick, Jimenez, Kharja... Quindici giorni dopo aver firmato misero fuori rosa tutti i giocatori chiave per la corsa alla promozione. Io avevo l'accordo che se fossero arrivati club di A sarei potuto andare via. L'Ascoli si fece avanti, ma la Ternana non mi lasciò. Iniziò un braccio di ferro con la società e anch'io andai fuori rosa. Mi reintegrarono quando la retrocessione in C era già sicura, ma l'anno dopo volevo rimanere per riconquistare la Serie B. Il club, sorpreso dalla decisione, non mi fece convocare per il ritiro estivo e via con altri scontri legali. Vinsi la causa e furono costretti a rimettermi in rosa, ma in un'intervista l'allenatore disse: 'Oshadogan? Pensavo si fosse dato al golf'. Così, per sdrammatizzare, mi presentai in quel modo il giorno dopo. Il golf è una mia passione che pratico ancora oggi".

Poi l’avventura in Polonia e l’addio al calcio giocato.
"Ho smesso nel 2010, ma ufficialmente non ho mai dato l'addio. A un amore così grande al massimo gli dai l'arrivederci. Fino alla fine ho sperato in una squadra, ho avuto due esperienze negli Emirati e in Cina, prima che esplodesse il calcio. Poi ho provato a fare l'agente e sono passato dallo scouting, ma in realtà mi piacerebbe lavorare con i giovani per trasmettere la mia esperienza. Seguo 3 Academy e sto dietro a mio figlio: ha 16 anni ed è un difensore/centrocampista che quest'anno capirà se vorrà fare il calciatore come lavoro. Ho anche tre bambine: la più piccola, di 10 anni, non rimane indifferente quando vede un pallone. Chissà che non possa diventare una calciatrice...”.
@francGuerrieri