Sono ragionevolmente persuaso che Eusebio Di Francesco sarà esonerato se non batterà il Milan. Ma sono anche sicuro, al pari di Gattuso, che la Roma non sia morta. Anzi è assai possibile che faccia una grande partita ed esca, almeno momentaneamente, da una crisi che, dopo averle fatto perdere la Coppa Italia, rischia di penalizzarla sia in campionato (può sfuggirle il quarto posto), sia in Champions League (può arrivare almeno ai quarti di finale).

Pallotta non si sta comportando da presidente. Demandando a Ramon Rodriguez Verdejo, in arte Monchi, la decisione sul futuro immediato dell’allenatore, non ha esercitato una delega, ma espresso un’astensione. Tenne lo stesso comportamento nel gennaio del 2016 fa quando aveva in animo di licenziare Garcia. Disse a Sabatini di occuparsene e il direttore sportivo, al pari di Monchi, confermò l’allenatore. A qualche giorno di distanza, e dopo la partita pareggiata in casa con il Milan, Pallotta tornò in sé e da autentico capo della società esonerò il francese, chiamando Spalletti, accolto con giubilo da (quasi) tutta la tifoseria giallorossa.

Il problema di oggi è che un’alternativa vera non c’è, anche se Paulo Sousa, in modo assai poco elegante, si è più volte proposto e gode di qualche sponsorizzazione interna. Fossi al posto di Pallotta, o meglio di Franco Baldini, suo ascoltato consigliere, penserei a qualche soluzione italiana, più convincente di uno, Sousa, che ha fallito perfino in Cina.

Francesco Guidolin, per esempio, è un allenatore con un curriculum eccellente, mai preso in considerazione per piazze grandi o più importanti di quelle che ha frequentato con successo. È vero che è fermo da due anni e mezzo, è vero che forse non accetterebbe un contratto di cinque mesi, ma vale almeno il doppio di Sousa e, dunque, come minimo andrebbe interpellato.
C’è poi Serse Cosmi, romanista convinto, che per rientrare in serie A, dove merita di stare, un incarico breve lo prenderebbe.

Ma sento che, se Di Francesco dovesse andarsene, alla Roma sbaglieranno ancora,  magari prendendo Vincenzo Montella, un tecnico che nella scorsa stagione è riuscito a farsi esonerare dal Milan e dal Valencia. Un primato difficilmente eguagliabile.

Tuttavia non è giusto nè serio dare già per scontato l’esito di Roma-Milan. Se è vero, infatti, che tra i rossoneri è subito esploso Piatek, trascinatore in Coppa Italia contro il Napoli, è altrettanto vero che la Roma metterà in campo tutta la voglia di rivincita possibile dopo l’amarissima eliminazione di Firenze: il 7-1 non è giustificabile, né accettabile da nessuno.
Di Francesco è convinto di avere i giocatori dalla sua parte e, anche se in passato ho dubitato, credo anch’io che adesso sia così. Quando si perde in maniera così umiliante, tutti si sentono in dovere di dare di più, foss’anche solo per la partita successiva. Inoltre siamo in presenza di uno snodo per la Champions da cui dipende l’intera stagione. Battere il Milan significa scalzarlo dal quarto posto in classifica, ritrovare un po’ di consapevolezza collettiva, sancire una tregua con un ambiente preda di una rabbiosa depressione.

Mancheranno gli squalificati Cristante e Nzonzi, oltre a Perotti e a Juan Jesus infortunati, ma rientra De Rossi, affiancato da Pellegrini, a centrocampo. La presenza del capitano dall’inizio è un segnale: nessun compagno mollerà fino a quando non avrà dato tutto. Il calcio è anche generosità, chi non si spende, non vince mai.

Gattuso teme tutto questo perché sa che nessuna grande squadra (e la Roma, se non lo è, di sicuro vuole diventarlo) sbaglia grossolanamente due partite di séguito, tantomeno con gli uomini più significativi chiamati ad assumersi responsabilità evidenti.

Il Milan, però, oltre a stare bene mentalmente, schiererà una formazione che assomiglia molto a quella titolare: Donnarumma in porta; Calabria con Musacchio, Romagnoli e Rodriguez nella linea a quattro; Kessie, Bakayoko e Paquetà a centrocampo; Suso, Piatek e Calhanoglu davanti.

Tutti gli occhi saranno sull’attaccante polacco che, dopo i due gol in Coppa, vuole confermarsi in campionato. Lo aspettano Manolas e Fazio, due difensori che non hanno paura di cozzare contro di lui. Dovrebbe uscirne una lotta dura e leale in cui non deciderà solo la forza.

Quella fa tanto, ma nel calcio non è ancora tutto.