Meglio che a Udine, ma ancora distanti da quello che vuole il tifoso e si aspetta Giampaolo.

Un solo gol (Calhanoglu al 12’ di testa, cross di destro di Suso) non rende giustizia al Milan per le occasioni create tra l’85’ e il 90’. Ben cinque: due le parate decisive di Joronen su Piatek, un palo di Paquetá, una conclusione sciaguratamente alta di Kessie, un salvataggio sulla linea con il pallone che l’aveva oltrepassata per tre quarti su tiro di Piatek.

Eppure il Brescia di Eugenio Corini è meglio dell’Udinese di Igor Tudor: più organizzato, meno difensivo, dotato di una certa qualità a metacampo. Rispetto al successo di Cagliari ha deluso un po’ Bisoli e, forse, anche da Tonali era lecito aspettarsi di più.

Questa volta Giampaolo non ha sbagliato quasi niente, ha fatto scelte logiche (Benaccer centrale di centrocampo), ha rimesso i suoi nei ruoli giusti, ma non si è negato due esclusioni eccellenti: Piatek, avvicendato dall’inizio da Andrè Silva, e Paquetá che ha lasciato il posto a Kessie, più fisico e più dinamico anche se troppo impreciso.

Far sentire il duro della panchina (anche se adesso ci si accomoda in comode poltrone) a due presunti titolari (il terzo era Borini la cui esclusione ha garantito l’avanzamento di Calhanoglu), ha avuto il benefico effetto di stimolarli: Piatek, entrato dopo un’ora al posto di Silva, si è sbattuto  come non mai procurandosi tre occasioni, sventate solo dalla bravura del portiere finlandese del Brescia. Paquetà ha centrato un palo pieno su azione di ripartenza e conclusione in diagonale. 

Certo, nella seconda parte della ripresa, c’era più spazio che nel primo tempo perché il Brescia cercava il gol del pareggio. Certo, gli avversari erano anche più stanchi, mentre i subentranti erano freschi. Però il Milan faceva viaggiare la palla velocemente e gli smarcamenti, come gli attacchi alla profondità, sono stati più frequenti.  

L’allenatore del Milan ha dimostrato di avere coraggio nel ricorrere ad Andrè Silva. Tuttavia, così facendo, ha lanciato un messaggio chiaro a tutti (tipo non esistono intoccabili) e recuperato un giocatore altrimenti destinato alla svendita o all’emarginazione. Il portoghese non è un fenomeno, ma ha fatto buoni movimenti offensivi e ha cercato di recuperare palloni.

Quanto al sistema di gioco, se dovessi disegnarlo, oltre ai quattro difensori e ai tre centrocampisti, metterei Castillejo e Suso dietro a André Silva. A Suso, però, è stata concessa l’attività sulla fascia destra. La catena di gioco costituita dallo spagnolo e da Calabria ha messo in difficoltà il Brescia fin dall’inizio. Sia perché Martella si è infortunato poco prima del gol (ed è uscito poco dopo), sia perché Mateju, il suo sostituto, non ha brillato. Primo: è un destro che ha giocato a sinistra. Secondo: spesso ha dovuto affrontare il due contro uno.

Il Brescia - schierato a specchio, ma non per giocare “sul” Milan - ha avuto qualche occasione per pareggiare: Bisoli, al 20’, da due passi ha sparato alto un tiro sbagliato di Sabelli che si era trasformato in assist prezioso. Ancora un tiro di Sabelli (35’), deviato da Rodriguez, ha impegnato Donnarumma in un tuffo plastico.

Sostituito all’intervallo l’infortunato Torregrossa (era assente anche a Cagliari) con Ayé, il Brescia ha fatto la partita più che nel primo tempo. Però alle soglie dell’area di rigore l’azione si è quasi sempre spenta. Solo nel finale (81’) e prima del tiro a bersaglio del Milan, Donnarumma (il portiere) ha smanacciato sopra la testa di Ayè e, sul pallone vagante, Calabria ha respinto di terga la conclusione ravvicinata di Dessena.

Ma sarebbe stata una mezza beffa. Il Milan adesso ha cominciato a giocare e Giampaolo ha corretto gli errori. Può venirne una buona stagione. Basta non dire ai tifosi che si punta alla Champions League. Sarebbe una bugia.