Giovinco è tornato in nazionale a tre anni esatti dall’ultima apparizione, era Italia-Norvegia, all'Olimpico, qualificazioni europee. Se lo merita, ma forse la convocazione arriva in ritardo, per un giocatore che - seppure nella MLS - negli ultimi anni non ha sbagliato un colpo.

Nel 2015 Sebastian Giovinco lasciò la Juventus (dopo due anni e mezzo di alterne soddisfazioni) e debuttò nella MLS, segnò 22 reti, vinse il titolo di capocannoniere, piazzò la bellezza di 16 assist (miglior assist man della MLS), entrò nell’undici migliore dell’anno, venne premiato come miglior debuttante del campionato e come MVP.

L’anno dopo: 21 gol. Nell’anno solare 2017 (17 volte a segno) Giovinco ha fatto vincere al Toronto la MLS per la prima volta nella sua storia (finale vinta contro Seattle), e quello è anche l’anno del Triplete della Formica Atomica, che oltre al titolo porta a casa la Canadian Championship e il Supporters Shield.

Quest’anno ha giocato 25 partite, segnato 12 gol e piazzato 7 assist. Tutto molto bene, direbbe Pizzul. Di fatto per il quarto anno consecutivo Giovinco si sta confermando un’eccellenza, un fuori-categoria. Domandina: ma convocarlo prima pareva brutto? Lui stesso in questi anni se l'è ripetutamente chiesto: «Che devo fare per convincere che merito la nazionale?».
Sebastian ha debuttato con la maglia azzurra nel 2011, l’allenatore era Prandelli e il reparto d’attacco comprendeva Cassano, Gilardino, Pepito Rossi, Pazzini e Matri. L’ultima volta con l’Italia risale - come detto - a tre anni fa: ottobre 2015, l’Italia di Conte si stava preparando per Euro 2016. In attacco c’erano Eder, Pellè, Zaza, El Shaarawy. Poi l’oblio. Il buio totale. Conte non lo porta all’Europeo, Ventura non lo prende mai in considerazione. Con Mancini ecco un’altra occasione. Arrivata forse con un po’ di ritardo.

A 31 anni (ne fa 32 a fine gennaio) la Formica Atomica ha davanti ancora un paio di stagioni ad alto livello, poi inevitabilmente lo attende un tramonto da gestire nel migliore dei modi. La MLS ci riconsegna un attaccante completo. In Italia per molto tempo si è discusso sul suo equivoco tattico: è una seconda punta, un trequartista? E’ uno che fa gol, prima di tutto.

I tecnici dello staff di Donadoni che hanno lavorato con lui a Parma prima del passaggio alla Juventus ci raccontavano che Giovinco «vede» la porta avversaria come pochissimi altri giocatori nel mondo. Ha un radar in testa, e quel radar lo indirizza sempre verso la porta avversaria. Nella sua miglior stagione italiana - 2011-12 a Parma - arrivò a quota 15 reti in campionato. Se Mancini saprà sfruttare queste sue caratteristiche allora si troverà tra le mani un attaccante anomalo, uguale a nessun altro nel gruppo azzurro (Insigne gli somiglia per struttura fisica, ma hanno tempi e modalità di gioco completamente differenti), uno che per trovare la sua dimensione e per diventare davvero un idolo (il più pagato con i suoi 7 milioni di dollari all’anno, più di Ibra, per capirci) ha dovuto lasciare l’Italia. Forse è tardi per accorgersi adesso di come Giovinco, a certi livelli, faccia la differenza. Staremo a vedere.