Non solo Antonio Conte. Nella centenaria storia di Juventus e Inter, il leccese non è il primo allenatore ad essersi seduto sulle panchine di entrambe: tra i tanti ricordiamo Trapattoni, Picchi, Foni, Marcello Lippi. E Herrera. Heriberto Herrera, personaggio scorbutico, duro, intransigente e inflessibile però anche forse mai compreso sino in fondo, nei suoi anni italiani ha fatto vedere a sprazzi quel calcio che una ventina di anni più tardi tutti avrebbero inseguito. Mal sopportato dai suoi calciatori, ha avuto modo di segnare gli anni tra la fine dei '60 e gli inizi dei '70 sedendosi – con opposte fortune – sulle panchine di Juventus e Inter.

IL MISTICO DEL “MOVIMIENTO” - Dopo una carriera da difensore stopper prima in patria e quindi all'Atletico di Madrid, Heriberto Herrera inizia la sua seconda vita da allenatore sempre in terra iberica e mette in mostra le sue idee conquistando ottimi piazzamenti soprattutto guidando l'Elche, tanto che nel 1964 la Juventus lo ingaggia. È quella una Juventus di basso profilo, una squadra che viene da anni di ridimensionamento, anni di retrovie. Umberto Agnelli dopo i tre scudetti vinti lascia a Vittore Catella la guida della società bianconera e questi, preso un aereo per la Spagna, annuncia l'arrivo alla Juventus di Herrera e del suo ben poco conosciuto “movimiento”. Sistema di gioco basato essenzialmente sulla difesa, il “movimiento” presupponeva un gioco di squadra votato al movimento continuo per attaccare gli spazi e al pressing, dove il talento del singolo doveva essere sacrificato al bene supremo del gioco corale. Tanto era importante l'aspetto fisico e la preparazione atletica che Herrera viene anche soprannominato “ginnasiarca” e “sergente di ferro”.

“PERCHE', LEI ERA IN CAMPO?” - Insomma, non proprio il massimo per Omar Sivori, la stella argentina che all'epoca splendeva nel firmamento bianconero. Stella, soprattutto, che non amava certo mettersi a correre e a sudare, in partita come in allenamento. Naturale che sin da subito Herrera e Sivori entrino in rotta di collisione. Il braccio di ferro viene vinto dal paraguaiano che ottiene l'allontanamento dell'argentino. Prima di tutto viene la squadra, l'allenamento, il sacrificio, la corsa e il sudore. Nessuno è indispensabile se non piega il proprio talento a favore del collettivo. Celebre e anche molto illuminante la sua frase “Coramini e Sivori per me sono uguali”. Personaggio scomodo, Herrera. Sicuramente non faceva nulla per rendersi simpatico e per farsi volere bene dai suoi giocatori. Era capace di invitarli a cena, farli mangiare senza limiti e il giorno dopo in allenamento mandarli alla bilancia e se li trovava sovrappeso multarli! Tanti, tantissimi gli aneddoti e le testimonianze dei calciatori passati sotto il suo pugno, basti qui riportare quanto Giovanni Sacco, talentuoso e discontinuo giocatore di quella Juventus, ha raccontato a Stefano Bedeschi nel bel volume “La Juve di Heriberto”. Stagione 1967/68, vigilia dello spareggio di Coppa Campioni tra Juventus ed Eintracht Braunschweig. Herrera in campionato a Firenze fa riposare alcuni titolari, schiera Sacco che risulta essere tra i migliori, nonostante la sconfitta. Il giorno successivo la squadra si trasferisce a Berna, sede dello spareggio, e qui lasciamo che siano le parole dello stesso Sacco a raccontare:

(...) Nello spogliatoio HH2 ordina a quelli che non hanno giocato di seguirlo in campo per fare allenamento e consiglia agli altri, di cui io faccio parte, di fare bagni e massaggi. Indosso l'accappatoio e, colpo di scena, lui mi guarda e mi dice con testuali parole: «Che fa?». Rispondo: «Lo ha detto lei che chi ha giocato non fa allenamento». Lui: «Perchè lei era in campo?» Si gira e se ne va senza altre parole.(...) Vado in sede a ritirare lo stipendio: sorpresa, multa di 300.000 lire. Motivazione: rifiutatosi di allenarsi a Berna.”
Capito il tipo? “PAPERA” DI SARTI, LA JUVE SFILA LO SCUDETTO ALL'INTER - Eppure, se è vero che sotto l'aspetto umano HH2 – così era chiamato per distinguerlo dall'altro Herrera, Helenio – era tutt'altro che semplice, alla Juventus resta per cinque stagioni e, oltre ad aver allungato la carriera a tanti giocatori, riesce anche a vincere una Coppa Italia e un clamoroso scudetto entrambi ai danni dell'Inter. L'Inter di Angelo Moratti e del “mago” Herrera – l'altro, Helenio – di Suarez e Corso, degli scudetti e delle Coppe dei Campioni messi in bacheca, di Jair e Mazzola. L'Inter è la grande favorita anche per la stagione 1966/67, e parte benissimo con sette vittorie consecutive, poi un rallentamento, una leggera flessione, mentre la Juventus “operaia” è più continua e si arriva al fatidico mese di maggio, con l'Inter prima a 46 punti e la Juventus a 42. Nello scontro diretto del 7 maggio una rete di Favalli basta ad una guardinga Juventus per piegare i nerazzurri i quali, nelle successive due gare collezionano due pareggi facendosi avvicinare alla vigilia dell'ultima giornata dai bianconeri ad un solo punto. Prima, il 25 maggio, l'Inter perde la finale di Coppa Campioni contro il Celtic, quindi il 1° giugno, mentre la Juventus vince contro la Lazio, i nerazzurri vanno a Mantova contro una squadra che non ha più nulla da chiedere al campionato. Una semplice formalità, ma il destino, sotto forma di un innocuo traversone, cambia le carte: Sarti quel pallone non riesce a bloccarlo e lo guarda finire in rete e dalla disperazione prende a testate il proprio palo. I nerazzurri non riescono a riprendersi, il Mantova vince, l'Inter perde. È finita. Per l'Inter in una manciata di giorni si è spento il duplice sogno scudetto – Coppa Campioni, per la Juventus operaia è festa. È la vittoria di Heriberto, che resterà ancora alla Juventus sino a quando i rapporti con lo spogliatoio e i tifosi non saranno talmente logori da farlo andare via.

SUERTE, LUISITO - E proprio all'Inter Heriberto Herrera va dopo la sua avventura in bianconero. Sarà un'esperienza veloce e carica di problemi. Giusto il tempo di entrare nel mood nerazzurro che iniziano i primi screzi con Mariolino Corso, non proprio uno da niente nello spogliatoio meneghino, seppur poco amico della fatica. In quel caso il presidente Fraizzoli riesce a fare da collante tra spogliatoio e allenatore e l'Inter ottiene un secondo posto dentro al Cagliari campione d'Italia: peccato soltanto che la squadra giochi davvero un brutto calcio, cosa che fa rumoreggiare i tifosi. Nulla però in confronto a quanto accade nell'estate del 1970 quando HH2 riesce a convincere la dirigenza a vendere Luisito Suarez. La squadra a quel punto smette letteralmente di seguire il Ginnasiarca, tanto che dopo cinque giornate l'Inter si trova al decimo posto in classifica. Andare avanti così è impossibile, Fraizzoli esonera Herrera e affida la squadra a Gianni Invernizzi. Da quel momento sarà una cavalcata entusiasmante, i giocatori si unisco attorno al nuovo tecnico e alla fine conquistano uno scudetto insperato, il canto del cigno di una squadra sensazionale.

(Alessandro Bassi è anche su http://storiedifootballperduto.blogspot.it/)