Gli uomini nascono, vivono e poi muoiono. Le loro opere e pensieri rimangono. Probabilmente è questo il senso dell’eternità. Sedici anni fa se ne andava da questo mondo Gianni Agnelli. Con la sua scomparsa si disse che anche la storia dell’imprenditoria e persino di un certo costume borghese avrebbe svoltato per altre direzioni. In effetti andò a quel modo non perché l’Avvocato avesse il potere di gestire a proprio piacimento la grande ruota dei destini aziendali italiano o internazionali, ma perché il mondo stesso a livello globale aveva talmente accelerato i tempi di trasformazione al punto da rendere obsoleto ciascun prodotto della contemporaneità raggiunta. Oggi, per esemplificare, della stessa Fiat creata dai suoi fondatori, non è rimasto neppure il marchio di fabbrica originale e la classe operaia non va più in paradisio perché ha scoperto che il paradiso non esiste.

Una piccola grande cosa, però, è rimasta identica a se stessa e ben differente da tutte quelle che la circondano come satelliti tentando inutilmente, di imitarla. E’ forse poco rispetto all’importanza e alla valenza dei massimi sistemi, ma è tantissimo per tutto coloro i quali riescono ancora a credere nella forza della passione e dell’amore come categorie capaci di sfuggire le regole del momento e delle mode per proporsi come immutabili e quindi eterne. Al limite possono venir perfezionate, mai completamente stravolte. Tutto ciò ha un nome ben preciso e si chiana unico e solo grande amore. Per tutta la vita e, chissà, anche  dopo.

Gianni Agnelli ebbe una moglie, donna Marella Caracciolo, e tante amanti più o meno segrete. Per nessuna di loro perse la testa ma ciascuna di loro ebbe il totale rispetto del compagno ufficiale o occasionale che fosse. Ad una sola “entità” coniugata al femminile l’Avvocato dedicò giovinezza, maturità e anzianità in maniera assolutamente totale. Quella che definiva, senza alcun timore o pudore”, “la storia di un amore infinito”. Lui il quale, scherzando ma neppure troppo, sosteneva che soltanto le cameriere di innamorano. Una catena, involabile, che si chiamava e che si chiama Juventus per la quale Gianni Agnelli ebbe a scrivere idealmente i suoi “comandamenti”. Regole scolpite nella pietra grazie alle quali gli eredi del “profeta” sono riusciti a mantenere sostanzialmente identico all’originale un patrimonio così importante e invidiato. Naturalmente sotto il profilo operativo e tecnicistico alcune modifiche si sono rese necessarie. Variazioni strutturali, mai sostanziali. La Juventus, per certi versi, è rimasta quella “cosa fantastica e bellissima” inventata sulla panchina di corso Re Umberto a Torino dagli studenti del Liceo D’Azeglio. Un sogno da coltivare e da proteggere eppoi da condividere con il mondo intero. Una realtà composta e supportata da stile, saggia amministrazione, collaboratori esperti e fedeli, oculati gestori della cassa non spendaccioni ma neppure avari, ricerca costante del meglio a livello di organico operativo in campo e fuori, costante ricerca del successo senza mai vantarsene oltre misura, esposizione sottotraccia e lontana anni luce da quelle strategie esagerate che spingevano l’Avvocato a definire il Silvio Berlusconi presidente del Milan “un uomo di spettacolo che ha trasformato il calcio in un circo equestre”.

Sedici anni sono tanti ma anche niente rispetto al tutto. Il gioco del pallone e le sue aziende si sono trasformate radicalmente dovendo inseguire le nuove regole del profitto. Alcuni hanno demolito per tentare di ricostruire. Altri hanno lasciato il campo per farsi sostituire da personaggi, talvolta oscuri, arrivati da lontano. Diversi continuano a vivere alla giornata per sopravvivere alla meno peggio. Tutti, però, hanno un obbiettivo in testa. Quello di poter raggiungere la Juventus e non solo rispetto ai suoi risultati sportivi. Ma se la società bianconera e la sua squadra rappresentano la realizzazione di un sogno, il resto appare soltanto vittima di un’illusione. E il fatto che la Juventus sia sempre stata soltanto degli Agnelli, così come è oggi, offre la chiave per interpretare nel modo corretto la storia di un incredibile e inarrestabile successo dettato dai comandamenti scritti da Gianni Agnelli e seguiti con scrupolo dai suoi eredi.